Mi chiamo Anna e, per favore, non chiamatemi guerriera.
Ho letto ieri il post che avete scritto su chi resta anche nella malattia. E forse è per questo che oggi mi è venuto da scrivere. Perché io la malattia la vivo così: giorno per giorno, senza grandi proclami, senza parole belle da metterci sopra per forza. A volte le giornate scorrono quasi normali, o almeno abbastanza da sembrare sopportabili. Altre volte invece mi pesano addosso, una per una. Vado avanti anche quando sono stanca, quando il corpo chiede tregua e la testa vorrebbe solo silenzio, solo un momento in cui non dover pensare, reggere, organizzare, rispondere.
Non c’è niente di eroico in tutto questo. C’è la routine. C’è la cura. C’è il tentativo quotidiano di tenere insieme le cose come si può, con le forze che si hanno quel giorno, non con quelle che gli altri immaginano. Ci sono giorni più leggeri e giorni più duri, e in mezzo c’è una vita vera, fatta di gesti ripetuti, di pazienza, di fatica che spesso non si vede e che quasi mai fa rumore.
Io non mi sento forte perché vinco. Non mi sento forte perché sorrido sempre o perché trasformo tutto in una lezione edificante. Mi sento, semmai, una persona che resta. Che non indietreggia. Che continua a esserci anche quando non c’è niente che brilli, niente che consola, niente che assomigli a una vittoria. E soprattutto quando non c’è nessuno che applaude, nessuno che vede davvero cosa costa restare lì.
Per me il coraggio non ha niente di spettacolare. Non alza la voce. Non fa scena. Non somiglia alle parole che spesso usano gli altri per raccontare chi convive con una malattia. Il coraggio, per me, fa molto meno rumore. A volte è una frase detta piano da mia madre o dal mio compagno: “Ci sono. Anzi, ci siamo insieme”. E può sembrare poco, ma non lo è affatto.
Perché ci sono giorni in cui quella frase cambia tutto. Cambia il peso della giornata. Cambia il modo in cui attraversi la stanchezza. Cambia perfino il dolore, o almeno il modo in cui gli stai accanto. Ci sono persone che non risolvono, non aggiustano, non cancellano la malattia, ma sanno restare. E tra chi sa stare e chi non sa stare passa una differenza enorme. A volte è proprio lì che si misura l’amore. Non in chi dice di capire, ma in chi rimane davvero.
Questo scritto è dedicato a loro. Alle persone che mi stanno accanto senza invadere, senza trasformare la mia fatica in uno slogan, senza chiedermi di essere esemplare. A loro dico grazie.
E lo dedico anche a tutte le persone che convivono con una malattia e che, come me, non si sentono guerriere. A quelle che vanno avanti senza sentirsi speciali. A quelle che ogni giorno resistono in silenzio, senza medaglie, senza retorica, senza bisogno di essere chiamate eroi per dare valore a quello che fanno.
A volte restare è già tutto.
Anna

