La paura nascosta

Ogni tanto mia moglie mi dice: “Vieni a leggere questa”. Io Facebook non ce l’ho, quindi lo guardo dal suo telefono.

Su questa pagina ho letto tante storie. Molte di mamme, molte di ragazze e donne con la fibrosi cistica. Storie forti, intime, piene di fatica e di coraggio. Ma di padri che scrivono ne ho visti pochissimi. Forse due. E allora mi sono chiesto perché.

Io ho quasi settant’anni e appartengo a una generazione in cui ai bambini si diceva una cosa sola: non piangere, fai l’uomo. Si cresceva così, imparando a tenere dentro, a non dire troppo, a non mostrare la paura, come se nominarla la rendesse ancora più vera.

Poi però diventi padre e ti trovi davanti una parola che nessun genitore vorrebbe sentire: fibrosi cistica.

Io ho un figlio con la fibrosi cistica e da quel giorno la parola paura ha preso un altro significato. Non è più una cosa vaga, lontana, astratta. È diventata concreta. Ha avuto il volto delle febbri, delle tossi, delle visite, dei controlli, delle attese, di tutto quello che può cambiare l’umore di una casa in un attimo.

Quando era piccolo, io e mia moglie avevamo paura di tutto. Di ogni linea di febbre, di ogni colpo di tosse, di ogni visita, di ogni esame. C’erano giorni in cui bastava poco per farci precipitare dentro pensieri che cercavamo di non dire ad alta voce. Eppure andavamo avanti, come fanno tutti i genitori: uno accanto all’altra, cercando di restare saldi anche quando dentro tremavamo.

Col tempo, per fortuna, le cose sono andate meglio di quanto temessimo. La sua malattia non è mai stata grave, i ricoveri sono stati pochi e oggi, con i modulatori, la sua vita è molto più normale di quanto avremmo osato sperare. Questa è una cosa grande, e io lo so bene. Ma la parola fibrosi cistica non sparisce. Quando sei genitore resta sempre da qualche parte. Anche quando tutto sembra andare meglio, rimane come una presenza che impari a conoscere, a contenere, ma non a dimenticare davvero.

Forse noi uomini scriviamo poco proprio per questo. Perché ci hanno insegnato a non mostrare la paura, a tenerla chiusa, a far finta che basti il silenzio per governarla. Ma oggi mi è venuto da scrivere. Mi è venuto da farlo perché su questa pagina ho letto storie bellissime di mamme, di ragazzi, di donne, e ho pensato che forse anche noi padri, ogni tanto, dovremmo trovare il coraggio di dire la nostra.

Magari lo facciamo piano. Magari lo facciamo tardi. Magari lo facciamo dietro il cellulare di nostra moglie, come sto facendo io adesso. Ma forse va bene così. L’importante, certe volte, è cominciare.

Un caro augurio a tutti, ai genitori e ai pazienti.

Massimo