“Perché ai miei figli?”
Chissà quante volte nostra madre si sarà fatta questa domanda, dopo che i medici le avevano detto che due dei suoi tre figli, con la fibrosi cistica, avrebbero avuto una vita breve. Quindici anni, questa era l’aspettativa che le avevano consegnato addosso come una sentenza.
Eppure lei non si è fermata lì. Non ha lasciato che quella previsione diventasse il centro della nostra casa, né il modo in cui guardarci. Per dedicarsi a noi, quarant’anni fa scelse di lasciare un lavoro che amava. Non fu una rinuncia leggera, né una decisione presa senza dolore. Ma per lei, in quel momento, venivamo prima noi. Prima la cura, prima la presenza, prima il bisogno di starci accanto davvero, ogni giorno.
Insieme a nostro padre, ci ha insegnato una cosa fondamentale: guardare in faccia la malattia senza farne un tabù. Senza negarla, ma senza nemmeno permetterle di occupare tutto lo spazio. Ci hanno insegnato a chiamarla per nome, a conoscerla, a rispettarla, ma anche a non viverla come una condanna da sussurrare sottovoce.
Questo, forse, è stato uno dei doni più grandi che ci hanno fatto. Non solo curarci, proteggerci, accompagnarci. Ma mostrarci che si può stare dentro una realtà durissima senza lasciare che sia la paura a decidere tutto.
Pier Paolo

