Autore: Redazione

  • La guardi. Ti riguarda.

    La guardi. Ti riguarda.

    Dal 20 al 27 settembre 2026, al Torrione Visconteo di Parma, LIFC Emilia ODV presenta la mostra pubblica che accompagnerà il 40° anniversario dell’associazione: un percorso di immagini, parole e testimonianze dedicato alla fibrosi cistica e alle vite che ogni giorno la attraversano.

    “La guardi. Ti riguarda.” nasce da un’idea semplice e necessaria: raccontare la fibrosi cistica non come una definizione medica, ma come esperienza umana.
    Una malattia genetica grave, complessa, quotidiana. Una malattia che non si vede sempre, ma che entra nel corpo, nel respiro, nelle famiglie, nelle scelte, nel tempo.

    La mostra invita il visitatore a fermarsi davanti alle immagini e alle parole.
    A guardare davvero.
    E poi a scoprire che quelle storie non parlano solo di chi le vive: parlano anche di noi, del modo in cui sappiamo ascoltare, riconoscere, prenderci cura.

    Nel quarantesimo anno di LIFC Emilia, questa mostra vuole essere memoria, presenza e responsabilità: uno spazio aperto alla città, agli studenti, alle famiglie, ai cittadini, per trasformare l’informazione in consapevolezza e la distanza in vicinanza.

    Accanto al percorso fotografico saranno presenti materiali informativi sul test del portatore sano di fibrosi cistica, perché conoscere significa poter scegliere con maggiore consapevolezza.

    La mostra sarà aperta tutti i giorni dalle 15 alle 20.

    Un invito a entrare come osservatori e uscire un po’ meno distanti.

  • Newsletter di luglio 2026

    Newsletter di luglio 2026

    La newsletter di luglio 2026 racconta in breve:

    Ricerchiamoci torna a Ghedi dal 10 al 12 luglio, con musica, cibo e solidarietà per LIFC Emilia.

    C’è poi il grazie al Leo Club per il torneo benefico di beach volley a sostegno dell’associazione.

    LIFC Emilia è stata anche alla Festa di San Pietro a Tizzano Val Parma con uno stand informativo, mentre Giovanni Bizzarri ha incontrato i ragazzi al Rifugio Mariotti per parlare di fibrosi cistica.

    Sul fronte ricerca: primi dati promettenti su amminoacidi e infiammazione e su CMTX-101, farmaco sperimentale contro il biofilm dello Pseudomonas aeruginosa.  

  • “La vita è bella, mamma”

    “La vita è bella, mamma”

    Io e mio marito avevamo desiderato Andrea come si desidera una promessa: con paura, con speranza, con quell’incoscienza luminosa che accompagna l’attesa di un figlio.

    L’8 novembre 1986, alle dieci di sera, nacque il nostro bambino. Pesava tre chili ed era bellissimo. Per qualche ora il mondo sembrò semplice: noi tre, finalmente, dentro una felicità nuova. Poi arrivarono le prime raccomandazioni, le prime parole incerte dei medici, i primi segnali che qualcosa non andava. Tornammo a casa cercando di non dare troppo peso a quelle ombre. Ma le ombre, a volte, sanno già dove andare.

    Andrea piangeva, mangiava, non cresceva. I giorni cominciarono a riempirsi di visite, sospetti, aerosol, antibiotici, notti senza sonno. Io cercavo risposte e, come spesso accade alle madri, prima di trovarle fuori le cercai dentro di me. Pensai di essere io il problema, di non riuscire a nutrire mio figlio, di non essere abbastanza. Poi arrivò l’antivigilia di Natale e con lei una parola che da quel momento avrebbe abitato la nostra vita: fibrosi cistica.

    All’inizio ci sembrò quasi una salvezza. Finalmente sapevamo che cosa aveva Andrea. Finalmente pensavamo di poterlo curare. Non avevamo capito niente.

    Cominciarono i ricoveri, i reparti, i corridoi, le stanze d’ospedale che diventano casa senza chiedere permesso. Torino, poi la Clinica De Marchi, la professoressa Giunta, altri medici, altre spiegazioni. Ci dissero che Andrea era già in uno stadio avanzato della malattia. Ci dissero, con parole semplici e terribili, che bisognava rimboccarsi le maniche. E noi lo facemmo.

    Da quel momento la nostra vita cambiò forma. Non era più fatta di programmi, ma di tregue. Non di vacanze, ma di possibilità da afferrare prima che svanissero. Gli aerosol, le battiture, le flebo, la fisioterapia respiratoria entrarono nelle nostre giornate come gesti quotidiani. Imparammo parole che nessun bambino dovrebbe conoscere: saturazione, enzimi pancreatici, ossigenoterapia, antibiotici in vena, eparina. Andrea le imparò insieme a noi, senza ribellarsi a quella vita che per lui, semplicemente, era la vita.

    Io cercavo di rendergli normale l’impossibile. Cantavamo durante le terapie, perché se non puoi togliere il dolore almeno provi a non lasciargli tutto lo spazio. Cantavamo nelle stanze d’ospedale, nei corridoi, a casa, mentre la malattia scandiva le ore e noi provavamo a restare famiglia dentro un piccolo ospedale domestico.

    Ci furono crisi in cui i medici non davano speranze. Ci dissero di affidarci alla fede. Ma la fede, quando tuo figlio è pieno di tubicini e tu non hai più risposte, non è una cosa semplice. Ci sono state rabbia, domande, spiegazioni che non bastavano. Eppure Andrea tornava. Ogni volta sembrava impossibile, e ogni volta lui trovava un modo per restare.

    Cresceva così, tra un ricovero e una ripartenza, tra una paura e una vittoria. Sul suo corpo restavano i segni delle battaglie, ma nel suo sguardo no. Quello restava limpido. A volte, dopo settimane d’ospedale, tornando a casa ci divertivamo a guardare se nel paese fosse cambiato qualcosa: una stagione, un colore, un profumo. Poi bastava un colpo di tosse e il mondo si fermava di nuovo. Ci chiedevamo se fosse il caso di tornare indietro. Spesso non avevamo neppure il tempo di pensarci.

    A casa le flebo diventavano un altro capitolo. Passavamo ore a controllare che le gocce scendessero regolari, che il braccino non si arrossasse, che tutto procedesse bene. Per occupare il tempo facevamo puzzle enormi, da centinaia e poi migliaia di pezzi. Era un modo per non fissare solo la malattia. Un pezzo dopo l’altro, costruivamo immagini mentre cercavamo di tenere insieme anche noi.

    Andrea affrontava tutto con una solarità che ancora oggi non so spiegare. Era piccolo, ma sembrava avere dentro una misura più grande della paura. Anche quando arrivarono le notti difficili, le sue inquietudini, il bisogno di parlare, di capire, di essere accompagnato, lui conservò una dignità silenziosa. A dieci anni volle entrare da solo a parlare con un sacerdote. Io aspettai fuori, piena di ansia. Lui, invece, sembrava sapere qualcosa che io non riuscivo ancora a sostenere.

    La fibrosi cistica ci insegnò a non fare programmi. Un fine settimana, il mare, la montagna, Natale, Pasqua: tutto poteva essere rimandato da una febbre, da un ricovero, da una terapia. Così imparavamo a vivere il presente non come una frase bella, ma come una necessità. Quello che c’era, quando c’era, andava vissuto tutto.

    Per questo comprammo un camper. Non per fuggire dalla malattia, perché dalla malattia non si fuggiva mai davvero, ma per sentirci almeno per un po’ una famiglia come tante. In quei pochi metri quadrati ci furono flebo, fisioterapie, chilometri, risate, canzoni, strade, ritorni improvvisi verso l’ospedale. Quando Andrea aveva un po’ di tregua, partivamo. E in quella tregua vivevamo.

    La malattia non ci permise mai di abbassare la guardia. Ma Andrea non abbassò mai lo sguardo.

    “La vita è bella, mamma”, diceva.

    Era il suo motto. E non era una frase detta per consolare noi. Era il suo modo di stare al mondo. Dalla sua bocca uscivano parole buone, positive. La fibrosi cistica ha consumato il suo corpo, ma non è riuscita a piegare la sua mente, il suo cuore, la sua luce.

    Con Andrea non ha vinto.

    Sono passati venticinque anni, ma il ricordo del suo sorriso è ancora limpido in chi ha avuto la fortuna di conoscerlo.

    Dopo Andrea sono arrivati altri due figli. La vita è andata avanti, come sa fare la vita: non cancellando, ma aggiungendo. E ancora oggi, quando mi chiedono quanti figli ho, io rispondo senza esitazione: tre.

    Perché un figlio non smette di essere figlio quando non lo puoi più accompagnare per mano. Resta nel conto del cuore, nel posto che nessun tempo può svuotare.

    Lorena, mamma di Andrea

  • Quando il dono restituisce futuro

    Quando il dono restituisce futuro

    Il 21 maggio, presso la sede del Club Alpino Italiano – Sezione di Parma, si è svolta la serata “Respiro e battiti dell’alt(r)o”, un incontro dedicato al dono, alla vita dopo il trapianto e alla forza di chi attraversa la malattia senza smettere di guardare avanti.

    È stata una serata intensa, partecipata, profondamente umana. Una di quelle occasioni in cui le parole non restano in superficie, ma arrivano dove devono arrivare: nel punto in cui la fragilità incontra la possibilità, e il dolore può trasformarsi in testimonianza.

    Si è parlato di donazione di organi, di attese, di seconde possibilità, di corpi che ricominciano e di vite che, grazie al trapianto, possono aprirsi di nuovo. Si è parlato anche della responsabilità del dono: un gesto che non riguarda solo chi riceve, ma un’intera comunità chiamata a conoscere, scegliere, comprendere.

    Sono intervenuti Lara Delsoldato, presidente AIDO Parma, Martina Brozzi, paziente LIFC Emilia trapiantata di polmoni, Alessandro Carlini, giornalista ANSA e scrittore, bitrapiantato di rene e cuore, e Giovanni Bizzarri, paziente e testimonial LIFC Emilia.

    Ognuno ha portato una voce diversa, ma tutte hanno indicato la stessa direzione: la donazione non è un concetto astratto. È tempo restituito. È respiro. È possibilità. È una vita che continua dentro un’altra vita.

    Particolarmente toccante è stata la testimonianza di Martina Brozzi, che ha parlato del suo trapianto di polmoni con una forza e una verità capaci di commuovere tutta la sala. Le sue parole hanno dato corpo a ciò che spesso è difficile spiegare: cosa significhi arrivare al limite, ricevere una possibilità, e poi tornare lentamente alla vita.

    Durante la serata è stato proiettato anche il video dedicato all’impresa zero4mila di Giovanni Bizzarri, insieme al contributo video di Alessandro Carlini sulla sua vita dopo il doppio trapianto. Due percorsi diversi, due modi di raccontare che cosa può accadere quando la vita, dopo una soglia estrema, trova ancora spazio per ripartire.

    È stata una serata riuscita, forte, necessaria. Una di quelle occasioni in cui informazione, testimonianza e comunità si incontrano davvero.

    Grazie al CAI Parma per l’accoglienza, ad AIDO Parma per la presenza e a tutte le persone intervenute.

    Perché parlare di donazione significa parlare di futuro. E, soprattutto, significa ricordare che dietro ogni trapianto non c’è solo un intervento: c’è una storia che può continuare.

  • A Torrile vince la comunità

    A Torrile vince la comunità

    Sabato 9 maggio, dalle 14, il Circolo Il Portico di Torrile si è trasformato in un piccolo grande villaggio di giochi, sport, sorrisi e sana competizione. Sana quasi sempre, perché quando entrano in campo calcio balilla, ping-pong e tiro al barattolo, anche gli animi più pacifici scoprono improvvisamente un lato agonistico insospettabile.

    È stato un pomeriggio pensato per ritrovarsi, divertirsi e mettersi alla prova in squadra, con un obiettivo ancora più bello: destinare l’intero ricavato in beneficenza.

    Le squadre si sono alternate nelle diverse prove in programma: calcio balilla, ping-pong, tiro al barattolo, tris basket, We Golf, Gran Premio di Sinalcoli, Green Tennis e mini bici. Un percorso vario, colorato e perfettamente organizzato, in cui ogni gioco ha avuto il suo momento di gloria e ogni partecipante ha potuto scoprire talenti nascosti o accettare con dignità di non possederne affatto.

    A rendere il pomeriggio ancora più vivace ci ha pensato un commentatore davvero instancabile, capace di accompagnare tutte le gare senza perdere ritmo, voce e ironia. È stato il filo conduttore della giornata: ha unito le varie sfide, raccontato i passaggi da una prova all’altra e trasformato ogni risultato in un piccolo evento da seguire.

    L’organizzazione è stata impeccabile: squadre accompagnate nei diversi giochi, tempi ben scanditi, clima leggero e partecipato. Il risultato è stato un pomeriggio pieno, allegro, ordinato senza essere rigido, con quella confusione bella che appartiene alle giornate riuscite.

    Anche LIFC Emilia ha partecipato con entusiasmo. E possiamo dirlo con una certa soddisfazione: non siamo arrivati ultimi. Ci siamo classificati settimi, risultato che accogliamo come una piccola grande vittoria sportiva, soprattutto considerando che il nostro obiettivo realistico era uscire dal campo con dignità e senza chiedere il VAR.

    La giornata è poi proseguita con la cena benefica, la musica e gli spettacoli, chiudendo in festa un evento costruito intorno a ciò che rende forte una comunità: la voglia di esserci, di giocare insieme e di trasformare il divertimento in solidarietà.

    Un grazie sincero al Torrile Running Team in collaborazione con il Circolo Il Portico, agli organizzatori, ai volontari, alle squadre partecipanti e a tutte le persone che hanno contribuito alla riuscita dell’iniziativa.

    Perché certe giornate ricordano una cosa semplice: quando una comunità si muove insieme, anche un pomeriggio di giochi può diventare qualcosa di molto più grande.

  • Zero4milaZero4mila, quando fermarsi diventa la parte più alta dell’impresa

    Zero4milaZero4mila, quando fermarsi diventa la parte più alta dell’impresa

    Partito da Genova dal livello del mare, in bicicletta fino a Breuil-Cervinia e poi in quota con sci e pelli di foca verso il Breithorn. A dieci metri dalla cima, con le nuvole che cancellano i riferimenti e la visibilità ridotta a poco, Giovanni sceglie di fermarsi. Una decisione lucida, rispettosa della montagna e del senso stesso dell’impresa.

    Si è conclusa così Zero4mila, l’iniziativa promossa da LIFC Emilia per accendere i riflettori sulla fibrosi cistica, sulla ricerca scientifica e su chi è ancora in attesa di una cura.

    Alla partenza da Genova era presente anche LIFC Liguria, per accompagnare simbolicamente i primi metri di un viaggio nato dall’intreccio di sport, solidarietà e speranza.
    Dopo una notte in sella, Giovanni è arrivato a Cervinia alle prime ore del mattino. Da lì è cominciata la salita: quota che cresce, meteo che peggiora, visibilità che svanisce. Intorno ai 3.500 metri, la montagna ha mostrato il suo volto più severo: la visibilità era ridottissima, il bianco della neve e delle nuvole era un tutt’uno e orientarsi era veramente difficile ma Giovanni ha continuato a salire fino a 10 metri dalla cima, a quota 4140 rispetto ai 4165 della vetta.
    «Se fossi salito di più, forse non sarei riuscito a tornare», ha raccontato Giovanni.

    In quelle parole c’è la misura di una sfida affrontata fino in fondo, senza trasformare la vetta in un rischio inutile. «Se sono arrivato fin qui, è merito dei respiri di tutti quelli che mi hanno accompagnato»: una frase che restituisce il senso più profondo del progetto, gesto collettivo per portare più in alto la voce delle persone con fibrosi cistica; chi oggi può contare su terapie efficaci, chi aspetta ancora una cura adatta alla propria mutazione, chi purtroppo non ha fatto in tempo.

    Al rientro a Breuil-Cervinia, Giovanni è stato accolto da LIFC Valle d’Aosta e dall’assessore al turismo, sport e montagna del Comune di Valtournenche, Chantal Vuillermoz.
    «L’impresa di Giovanni dimostra ancora una volta che la montagna è priva di confini ed è accessibile a tutti, ognuno con il proprio ritmo e il proprio passo», ha dichiarato Vuillermoz.
    «L’Amministrazione comunale ha patrocinato con piacere ed entusiasmo una iniziativa che unisce sport e solidarietà e che coinvolge il territorio della Valtournenche. Partire da Genova, sul livello del mare, e arrivare agli oltre 4.000 metri del Breithorn, è stata una sfida avvincente, nonché simbolo di resilienza. Siamo felici che Giovanni abbia portato in alto la bandiera di LIFC Emilia, ponendo ancora una volta l’attenzione sulla ricerca scientifica, in questo caso sulla fibrosi cistica. E siamo stati felici di abbracciarlo e incontrarlo nel cuore di Breuil-Cervinia, dopo tante ore di attività, prima in bicicletta e poi sulla neve del nostro comprensorio».

    Zero4mila si chiude con una bandiera arrivata altissima e un messaggio che resta: continuare a sostenere la ricerca, perché ogni metro guadagnato verso una cura può cambiare la vita di chi aspetta ancora.

  • Dalla ricerca al sorriso di Davide

    Dalla ricerca al sorriso di Davide

    Sono Francesca, la mamma di Davide.
    Lavoro nella ricerca clinica da 35 anni e ho sempre creduto nella scienza, nella sua forza, nel suo rigore. Ma niente mi ha messa alla prova quanto aspettare un farmaco che poteva salvare mio figlio.

    Per più di due anni abbiamo vissuto in un limbo doloroso. Il Kaftrio esisteva già.
    Per altri pazienti, in Europa, era già realtà; per Davide, invece, restava fermo nella burocrazia. E intanto lui peggiorava.

    Dentro di me si scontravano due parti impossibili da separare: la madre, che vedeva suo figlio stare male senza poter fare abbastanza, e la professionista, che non riusciva ad accettare che la ricerca si fermasse un passo prima della vita vera.

    Allora ho deciso di non stare zitta.
    Ho usato i social per dare voce a chi non ne aveva, ho cercato ascolto, alleanze, risposte. Ho provato a trasformare l’attesa in parola, il dolore in testimonianza, il silenzio in qualcosa che finalmente si potesse vedere e ascoltare.

    Perché quando aspetti una cura il silenzio è una delle cose più crudeli che esistano. Ti svuota, ti sospende, ti costringe a guardare il tempo che passa mentre tuo figlio peggiora e tu non puoi fare altro che continuare a sperare.

    Poi qualcosa si è mosso.

    Ad aprile 2025 è arrivata l’approvazione EMA e a febbraio del 2026 l’ok di AIFA.
    Non so se la nostra voce abbia accelerato i tempi. So però che ha acceso una luce nel buio. E quando vivi così a lungo nell’attesa, anche una luce piccola può diventare tutto.

    La ricerca non finisce quando un farmaco viene sviluppato; finisce solo quando arriva nelle mani di chi ne ha bisogno. Altrimenti resta qualcosa di incompiuto, qualcosa che esiste, ma non salva ancora nessuno.

    E niente vale quanto vedere tuo figlio stringere la sua prima scatola.
    Perché è lì, finalmente, che la ricerca smette di essere promessa e diventa vita.

    Francesca Farna

  • A quarant’anni, contro ogni previsione

    A quarant’anni, contro ogni previsione

    Mi chiamo Lisa, ho 40 anni, e la fibrosi cistica è entrata nella mia vita quando ero ancora in fasce.

    Avevo appena due o tre mesi quando ai miei genitori fu pronunciata quella parola che allora si usava per nominarla: mucoviscidosi. Quarant’anni fa era una malattia quasi sconosciuta, poco raccontata, e ancora meno compresa. Ma una cosa veniva detta con crudele chiarezza: le aspettative di vita erano basse, spesso fermate all’infanzia o, nei casi migliori, all’adolescenza.

    Io, però, a quella previsione non ho mai consegnato la mia vita.

    La mia strada è stata fatta di farmaci, terapie, cure, costanza, fatica. Ma anche di volontà, di tenacia, di quella ostinazione silenziosa che ti insegna a non mollare. E proprio questa forza mi ha permesso, passo dopo passo, di prendermi la mia vita: lo studio, il lavoro che amavo, l’amore, i traguardi che desideravo.

    C’è stato però un desiderio più fragile e più ostinato di tutti, quello che per me faceva più male nominare: diventare mamma.

    Quella è stata la salita più dura. La più lunga. La più silenziosa. Perché ti mette davanti al tempo che passa, alle attese che si allungano, alle speranze che si consumano piano, quasi senza rumore. A un certo punto avevo cominciato a pensare che forse non sarebbe successo. I quarant’anni erano arrivati, e quel figlio che desideravo così tanto continuava a non arrivare.

    Poi, il 13 dicembre 2021, ho iniziato il modulatore, la triplice combinazione.

    E qualche mese dopo, a maggio, il giorno prima del mio compleanno, ho fatto un test di gravidanza. Era positivo.

    Ci sono momenti in cui la vita, dopo averti chiesto tantissimo, all’improvviso decide di restituirti qualcosa di immenso.

    Oggi posso dirlo con il cuore pieno: sono felice. Sono felice di quello che ho vissuto, nel bene e nel male. Sono felice di tutto quello che ho attraversato per arrivare fin qui. E oggi quella felicità ha un nome: Celeste.

    Se devo dire una cosa a chi oggi è dentro la paura, dentro la fatica, dentro l’attesa, è questa: non mollate.

    Non smettete di crederci.

    Perché io sono convinta che si stiano aprendo strade nuove, per tanti altri e anche per chi, per anni, ha vissuto più per resistere che per sognare.

    A volte la vita torna proprio nel punto in cui pensavi non sarebbe più arrivata.

    Lisa

  • Newsletter aprile – 2026

    Newsletter aprile – 2026

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