Mio caro, mi hanno chiesto di scrivere qualcosa di te, di noi.
Ho pensato che la cosa migliore e più semplice per me sia scriverti come faccio ogni tanto, come tu fossi ancora qui con me, con noi.
Poi mi sono chiesta quanto io senta di poter condividere con altri il nostro dialogo privato, quanto tu lo potresti condividere e… ho sorriso un po’, perché per certo non ameresti essere guardato nel tuo privato, era una cosa cui tenevi, che difendevi, soprattutto la parte emotiva.
Ho anche pensato però che, se qualcosa di nostro può essere utile a qualcun altro, condivideresti l’idea di donarlo.
Ricordo i giorni prossimi alla tua nascita, eri il mio secondo nipote dopo Francesco.
Ti saresti chiamato Alessandro e sapevo già che ti avrei amato immensamente.
Come usavi dire tu, sono una zia incline al romanticismo che ogni tanto espone una malinconia che ti faceva sorridere.
Una zia ha la fortuna di potersi pensare meno implicata nelle responsabilità della crescita di un bambino, meno obbligata a rispettare regole e principi e così sono stata zia io, ma con quel che di “materno” che ho sempre sentito per i miei nipoti.
Sei nato in un giugno romano caldo e afoso e hai portato una brezza di gioia fin da subito.
Eri bello davvero ma con un musetto buffo e simpatico che non lasciava scampo.
Non si poteva non cadere dentro il tuo sguardo, il tuo sorriso, il tuo gorgheggiare.
Eri sereno, attivo, rilassato, un essere apparentemente immune alla preoccupazione o alle tensioni umane.
Mangiavi e dormivi senza destare problema alcuno, sembravi dire con le tue fossette e le labbra rosse come ciliegie: “Va tutto bene, evvai!”
Poi quell’estate, mentre lavoravo per la stagione in un albergo in Romagna, quella telefonata strana: qualcosa non va!
Gli accessi in pronto soccorso, i dubbi diagnostici, i “forse state sbagliando qualcosa” che ai tuoi genitori è suonato come un verdetto. Sbagliato cosa?! In che senso?!
“Questo bambino non sta bene, forse qualcosa ai polmoni ma cosa? Ha preso freddo! Non lo avete coperto abbastanza?!”
Gli accessi in pronto soccorso si sono succeduti, nessuna diagnosi, solo affermazioni che tagliavano la pelle e facevano sentire sbagliati.
Allora io frequentavo il primo anno di medicina, non capivo ancora nulla di malattie, cure, sanità, sapevo solo che ero dispiaciuta per i tuoi genitori, che sapevo fare il massimo e con cura, e per te, tesoro mio, che avevi cominciato a smagrire: le gote paffute avevano lasciato il posto ad un vuoto come quello che incominciava a girarmi nello stomaco.
Poi quello strano vomito a spruzzo che inondava tutto e la tua fame insaziabile e l’ago della bilancia che scendeva indifferente alle nostre preoccupazioni.
Ma tu, tu continuavi a sorridere tra un colpo di tosse e un vomito, una notte insonne e un termometro.
Un giorno la tua nonna paterna ha accompagnato tua madre dal pediatra per un altro controllo: un prelievo su quelle braccia invisibili, piccole, fragili.
Tua madre è uscita, non ce l’ha fatta, sopraffatta dal dolore per te… Tua nonna infermiera invece ha tagliato il laccio emostatico per ridurlo alle tue misure, ma neanche quello è valso. Poi l’idea di un prelievo anomalo, forse doloroso ma… è passato… e tu a casa sorridente come sempre, due labbra rosse e gonfie di entusiasmo per tutto, per la vita, per il mondo.
Durante una vacanza in Svizzera, tua patria materna, un nuovo accesso in Pronto Soccorso, un altro malessere: qualcuno passa per quei corridoi, si occupa di CF… dice, leccandoti letteralmente un braccino: “Non posso dare certezza ma… è una CF!”.
Capimmo solo dopo che eri salato come acqua di mare e che quella caratteristica derivava da un difetto della tua patologia. Si chiamava Fibrosi Cistica…
Siete andati a braccetto da allora, non ha mancato un passo la tua CF, mai indietro, sempre ostinatamente al tuo fianco.
Ti ricordo correre a perdifiato, dribblare veloce col pallone, arrampicarti su per giochi spericolati e saltare e saltare ancora. Ricordo i sorrisi dei tuoi genitori quando saltavi, erano sorrisi doppi… eri felice e… stavi facendo un’ottima fisioterapia come le battiture che erano costretti a farti regolarmente mattina e sera e di più.
Le battiture avevano il senso di staccare il muco denso dalle pareti dei tuoi alveoli e riversarlo fuori, dare spazio all’aria che respiravi sempre più come da una cannuccia.
Eri il più veloce, il più sveglio, una lepre minuscola, un coraggioso leoncino.
Non so se sarebbe stato uguale senza CF, eri apparentemente senza paura, senza limiti, senza timori e inciampi.
Quando in piscina l’insegnante vi invitava ad immergervi per recuperare delle monetine colorate sfidandovi a chi ne raccoglieva di più, ero strabiliata nel vedere gli altri venir fuori paonazzi, col cuore in gola… tu eri un abitante degli abissi, senza branchie respiravi saltuariamente assicurandoti la perfetta esecuzione della prova per poi uscire dall’acqua sereno e eupnico, sorridente come sempre mentre andavi a ritirare il tuo meritato premio.
Sicuro di te, piuttosto che dei fatti o della vita, ben radicato dentro di te fin da piccolissimo.
Non credo di aver mai visto lacrime scendere dai tuoi bellissimi occhi verde-grigio… piangere perché? Per cosa? Con quale finalità? Alcune cose sono insensibili ai nostri bisogni, figuriamoci ai nostri desideri.
La velocità ti caratterizzava, non eri mai in un luogo o posizione abbastanza a lungo da farti prendere da dolori, paure, rabbie… veloce come un pensiero, come un vento montano, come un fulmine all’imbrunire.
La tua bellezza non ha risentito mai della fatica che la CF comportava: eri fuori media da tantissimi punti di vista.
Adoravi le polpette della tua nonna, il cinema che ti faceva ridere sonoramente, il mare e l’essere umano, soprattutto se “ciancicato” dalla vita.
Non sei mai stato incline alla ruminazione, al borbottamento, alla lamentosità: non eri abituato a pretendere, si fosse anche trattato di smettere di soffrire.
Eri di una verticalità eccezionale rispetto a te stesso e alla vita, etico fin nel profondo e pieno di forza e bellezza.
Dopo le scuole superiori decidesti di non continuare a studiare, spiegavi di non avere molto tempo nel tuo quotidiano invaso di pasticche, esercizi, riabilitazione, terapie respiratorie, volevi dedicare il rimanente ad una vita libera da ulteriori rimesse di tempo.
Avevi un’intelligenza ricca e appoggiata saldamente su una sensibilità tutta tua.
L’esperienza lavorativa ti ha dato molto, la pratica, i colleghi, le competenze, un ruolo sociale, ma ti ha anche esposto ai “cretini” di turno, inconsapevoli di quanto ti portavi dietro e del tuo bisogno di aria pulita o di fermarti ogni tanto a casa per recuperare.
Ci ho impiegato alcuni anni a sollecitare una tua riflessione sul bisogno di chiedere un’invalidità: non ti piaceva pensarti bisognoso, limitato, ma i segnali erano progressivamente più chiari, il quadro peggiorava e si faticava di più.
Ti guardavo crescere ed ero abbagliata dalla tua bellezza, un essere umano così bello non lo avevo mai conosciuto ed era lì con noi, per noi.
Ricordo quando, in occasione di un ricovero in chirurgia, venni apposta per suggerirti una terapia omeopatica per aiutarti a cicatrizzare una brutta ferita: ti preparavo il rimedio e lo ritmavamo come dovuto tra una chiacchiera, una tua presa in giro del “rimedio” magico e un film da vedere insieme stesi sullo stesso letto d’ospedale.
Adoravi Verdone, era la romanità che preferivi, un po’ borgata, un po’ impacciato, un po’ narciso. Citavi Sordi affrontando un piatto di spaghetti al sugo, cantavi Eminem e Fifty Cent, amavi il bianco, la Juve e Otranto e il suo mare.
Nonostante i periodi di ricovero, hai avuto la vita che volevi. Hai amato, viaggiato, gioito, discusso e ancora amato.
Hai lasciato un’ombra profonda nel mondo, nel mio mondo, dei tuoi amati e degli amici. Non indietreggiavi mai ma lo facevi senza baldanze, senza concessioni al narcisismo, semplicemente eri così.
Desideravi vedere il deserto e fu il tuo ultimo viaggio, ci dicemmo solo di scegliere una località che ti permettesse di rientrare velocemente se fosse stato necessario. Il deserto ti ha accolto illuminandoti ancora di più in bellezza e forza, appartenevi a quelle latitudini e a quel calore.
Sarebbe dovuto essere il regalo per il tuo compleanno ma ti dissi: “Chi ha tempo non aspetti tempo… festeggia ora, prenditi questo desiderio e incontra il deserto, stella di zia”.
Ci mandasti delle foto meravigliose, eravate bellissimi insieme tu, il deserto e Lei.
Quell’anno il tuo compleanno non ti ha visto arrivare, sei dovuto andare via in un maggio zurighese, in un ospedale accogliente, con medici, infermieri, personale impeccabile… Non era una scelta elitaria, la Svizzera è stata la tua terra fin dai due anni e ti ha concesso una vita meno complicata possibile ma pur sempre faticosa.
Potrei scrivere tanto della tua morte ma non saresti molto d’accordo.
È arrivata senza spingere ma decisa come solo lei sa fare. Tu lo hai capito e hai preso le tue misure con una presenza e un coraggio che mi hanno fatto vergognare della mia paura, della mia rabbia, del mio dolore.
Discuto ancora molto con il Dio in cui spero per questo dolore che non ha potuto evitarti ed evitarci, non sono ancora completamente capace di non vederti procedere in questo mondo ma l’assenza ha segnato così tanti punti di repere nella mia realtà che non posso negarla. Ma mentre la riconosco come mancanza ne verifico anche la contemporanea presenza: la morte non è in grado di portare via coloro che amiamo, non è in grado di eliminarne la memoria, le sensazioni vivide del ricordo, i fatti vissuti e ripercorsi instancabilmente. La voce echeggia nella testa, come le risa e la tua tosse notturna. L’assenza non è mancanza ma tessuto emotivo denso e grondante affetto.
Non nego che vedere gli altri crescere, evolvere, invecchiare mi produce un qualche dolore o forse quasi fastidio a volte: perché tu no?!
Ma alcune domande non hanno senso e lo so bene: chi altri? E perché avremmo dovuto pensarci immuni dal dolore e dalla perdita. Mi duole solo che sia stato tu a rispettare la regola che la vita non è necessariamente giusta, ti avrei sostituito volentieri, tesoro mio, ma una legge più grande di me me lo ha impedito.
La tua morte mi ha insegnato molto su me, sulla vita, sul dolore, sul senso delle cose.
Hai portato via con te la paura, mi hai lasciato in dono un coraggio che non conoscevo, un silenzio riempito di ricordi che si presentificano ogni due per tre.
Ho la tua foto nel mio cellulare e spesso le persone mi chiedono chi sia quel bel giovane ed io: “Era mio nipote”. Di solito segue il gelo ma non per me… io so che in quel “era” c’è un presente intenso e vivido, un Amore interminabile, un’esigenza di rispetto per i propri vissuti e di necessità di raccontarti per reincontrarci in ogni modo possibile, prima di riabbracciarti definitivamente.
Con Amore, zia Rosy










