Tag: Kaftrio

  • Rinato una seconda volta

    Rinato una seconda volta

    Sono una mamma di tre figli: due figlie di 29 e 25 anni e il più piccolo, Matteo, che oggi ha 16 anni ed è affetto da fibrosi cistica.

    Matteo è nato prematuro ed è stato subito ricoverato in terapia intensiva. Già da quei primi giorni la sua vita aveva cominciato a chiedere più attenzioni, più paura, più forza di quanta una madre pensi di dover trovare tutta insieme. Poi, circa un mese dopo la nascita, arrivò la chiamata del Meyer di Firenze. Dopo lo screening neonatale mi dissero che il test del sudore non lasciava dubbi. La diagnosi era fibrosi cistica.

    Per me fu uno shock enorme. Ci sono notizie che ti entrano dentro come una frattura e ti cambiano per sempre il modo di guardare il mondo. Quella fu una di quelle. Poco dopo arrivò anche l’abbandono di mio marito e mi ritrovai ad affrontare tutto da sola. Non so ancora oggi dove abbia trovato la forza, ma in qualche modo ho imparato a cavarmela con tre figli, cercando ogni giorno di restare in piedi anche quando dentro mi sentivo crollare.

    La vita con la fibrosi cistica è fatta di cure, pensieri, controlli, paure che si accumulano e ti abitano accanto. E poi, come se non bastasse, arrivano anche prove che non avevi immaginato. Un giorno comparve un mucocele all’occhio di Matteo. Dopo una risonanza cominciarono a parlare di una possibile massa tumorale. Furono giorni terribili, di quelli in cui il cuore vive sospeso. Arrivammo dal professor Castelnuovo, che lo inserì tra i casi più gravi, e dopo quindici giorni ci chiamarono per l’intervento.

    Era quasi Natale. Ricordo ancora quel periodo come un tempo freddo, lungo, pieno di paura. I medici davano poche speranze. Eppure Matteo ce l’ha fatta. Anche quella volta ce l’ha fatta. E quando attraversi momenti così, impari che ci sono paure che non si dimenticano più, ma impari anche quanto può essere ostinata la vita.

    Poi, un giorno, è arrivata una telefonata capace di cambiare ancora una volta il corso delle cose. Siamo stati contattati dall’AIFA: Matteo rientrava nei criteri per i modulatori. Da tre anni li assume e, per me, è come se fosse rinato una seconda volta. Non perché tutto sia diventato facile, ma perché ho visto aprirsi davanti a lui una possibilità nuova, concreta, che per tanto tempo avevamo solo sperato.

    Scrivo queste parole con le lacrime agli occhi, perché certe ferite e certe rinascite non smettono mai davvero di commuoverti. Solo chi ci è passato può capire fino in fondo cosa significa vivere tutto questo. La paura, la fatica, la solitudine, ma anche quella gratitudine immensa che ti resta dentro quando vedi tuo figlio avere ancora futuro.

    Lisa Longhi

  • Il giorno in cui il puzzle si è completato

    Il giorno in cui il puzzle si è completato

    Mi chiamo Davide, ho 27 anni, e ho la fibrosi cistica e oggi voglio raccontarvi una storia con il lieto fine. 

    La storia inizia nell’estate 2019. Avevo appena finito un ricovero in ospedale, quando mi arrivò un messaggio su Messenger da parte di un papà di un bambino con la fibrosi cistica, con cui avevo giusto scambiato qualche chiacchiera precedentemente.

    “Ciao Davide, sono entrato in contatto con un ricercatore italiano che lavora in Canada, stanno cercando dei pazienti con la tua mutazione per testare vari farmaci”, lasciandomi i suoi contatti. 

    Ero super gasato, io ero al terzo anno di università, studiavo biotecnologie, per cui era la combinazione perfetta. Entrai subito in contatto con lui e con il suo capo; mi spiegarono che essendo io omozigote di una mutazione rara, sarei stato perfetto perché avrebbero potuto studiare nel dettaglio la mia mutazione.

    Pensavo sarebbe stata una cosa lunga, forse poco fattibile, e invece in un attimo mi ritrovai con biglietti aerei e albergo pagati dal Sick Children’s Hospital di Toronto, sia per me che per mia mamma. 

    Era tutto fatto, documenti scambiati, bisognava solo partire.

    Ma all’improvviso la doccia fredda, la chiamata del mio centro: “Davide hai lo Pseudomonas, devi fare l’antibiotico via aerosol”.

    Panico. Come si fa? Rinuncio al viaggio? Mi confronto con i canadesi, per loro andava bene anche se avevo l’infezione. Mi confronto col mio centro, l’importante era che facessi la terapia. 

    Quindi valigia pronta, farmaci impacchettati, e a Settembre 2019 siamo partiti destinazione Toronto. Lì tramite prelievo di sangue e swab nasale mi sono state prelevate delle cellule che poi sono state modificate in laboratorio per diventare cellule del tessuto polmonare.  Per me che avevo appena dato un esame proprio su queste cose (e in cui ero stato bocciato) sembrava di essere in un film. 

    Dopo un po’ di mesi, i canadesi mandano i risultati al mio centro, il quale mi dice che la risposta ai modulatori, e in particolare a kaftrio, era poca, per cui non avrebbe avuto effetto nel caso fosse stato approvato anche per me. 

    I canadesi invece erano di parere diverso, tanto che pubblicarono i risultati degli esperimenti fatti sia sulle mie cellule che su quelle di altri pazienti. I risultati erano buoni, e da lì partirono sperimentazioni cliniche su altri pazienti, ma mai su di me. 

    Col passare degli anni vedevo i risultati dei trial clinici, e in tutti i pazienti con la mia mutazione kaftrio funzionava. Ero felicissimo, ma al tempo stesso rosicavo anche abbastanza: perché loro sì e io che avevo donato le cellule no? 

    Alla fine, nel 2023 Vertex chiede ad EMA l’estensione della prescrivibilità di Kaftrio a nuove mutazioni, incluse la mia. EMA ci metterà quasi due anni per dare il suo parere positivo, ed AIFA un altro anno per approvarne la rimborsabilità.

    Oggi, ad Aprile 2026, dopo 7 anni da quel viaggio, peggioramenti, ricoveri, infezioni, ansie, arrabbiature, una pandemia e due lauree, sono qui con la mia scatola di Kaftrio e gli occhi lucidi. Lo sto prendendo da una settimana, ho già smesso di tossire e di avere il fiatone. 

    Ora ho anche la risposta alla domanda di prima: “perché loro sì e io che avevo donato le cellule no?”

    Perché ora che il puzzle è completo, mi rendo conto che io sono stato un piccolo tassello, e quel piccolo gesto che ho fatto ha aiutato ad arrivare al punto di oggi.

    Davide Valier

  • Newsletter di Febbraio 2026

    Newsletter di Febbraio 2026


    La newsletter di febbraio di LIFC Emilia mette a fuoco cambiamenti concreti e temi chiave per chi vive con fibrosi cistica.

    Dal 1° gennaio 2026 sono aggiornati importi e limiti di reddito delle pensioni di invalidità civile: la rivalutazione, legata alla perequazione, è fissata all’1,4% e l’INPS ha chiarito che per il 2025 non sono previsti conguagli.

    Spazio poi al dibattito sul possibile generico di Kaftrio: nonostante il lancio di Triko, il consulente scientifico LIFC Donatello Salvatore spiega che in Europa e in Italia l’accesso non cambia, perché i brevetti Vertex restano validi fino al 2037 e le norme UE impediscono l’immissione commerciale del generico.

    La newsletter approfondisce anche il nuovo Piano nazionale per la disabilità, entrato nella fase operativa: un passo importante verso progetti di vita personalizzati, meno burocrazia e più continuità tra sanità e servizi sociali.

    Infine, uno sguardo alla storia: dal 1938, con Dorothy Andersen, la fibrosi cistica smette di essere una diagnosi sbagliata e diventa una malattia riconosciuta, aprendo la strada a diagnosi e cure. 

    La trovate qui.

  • 8 settembre: luce che unisce

    8 settembre: luce che unisce


    Una sera di fine estate per fare luce sulla fibrosi cistica

    C’era quella luce morbida di tarda estate che rende tutto più vicino. Al Circolo President ci siamo ritrovati in tanti – soci, amici, curiosi, famiglie: un’apericena semplice e calda per celebrare la Giornata Mondiale della Fibrosi Cistica e, soprattutto, per parlare di una conoscenza che non spaventa, ma orienta.

    Il filo rosso della serata è stato informare sul test del portatore sano.

    Dopo i saluti iniziali del presidente Danilo Garattini, che ha ringraziato il Comune di Montechiarugolo per la presenza, hanno preso la parola la vicesindaca Francesca Tonelli e il sindaco Daniele Friggeri. I loro interventi, partecipati e sinceri, hanno sottolineato la vicinanza concreta delle istituzioni a un tema che riguarda la salute e la consapevolezza di tutti.
    Sono intervenuti anche il dott. Franco Torreggiani, consigliere provinciale, e il dott Ettore Brianti, assessore alle Politiche sociali e alla Salute del Comune di Parma. Con ricordi personali e parole sincere hanno saputo unire profondità e spontaneità, contribuendo – insieme agli altri relatori – a rendere la serata importante nei contenuti e al tempo stesso piacevole nell’ascolto.

    Tra i graditi ospiti della serata anche Barbara Lori, dell’Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna e Massimo Fabi, Assessore alla Salute della Regione. La loro presenza non è stata solo un segno istituzionale, ma un gesto di vicinanza e sostegno concreto, che ha dato ancora più valore e calore all’iniziativa.

    La dott.ssa Cinzia Spaggiari (Centro regionale Fibrosi Cistica – Ospedale di Parma) ha spiegato con chiarezza che basta un esame semplice e rapido (su sangue o saliva) per capire se una persona è portatrice della variante genetica responsabile della fibrosi cistica. Se entrambi i futuri genitori sono portatori, ogni gravidanza ha un 25% di probabilità di dare alla luce un figlio con fibrosi cistica. Informazione che non deve fare paura: significa, piuttosto, poter scegliere con maggiore consapevolezza il percorso più adatto alla propria famiglia.

    Dalle parole ai volti

    Daniela Ceresini ha portato una testimonianza potente e limpida: oggi vive con un trapianto di polmoni. Quando Kaftrio è stato reso disponibile la sua situazione clinica era già troppo compromessa; aveva da poco affrontato l’intervento e non ha potuto beneficiarne. Ha parlato con forza e anche con una punta di ironia, quasi a sdrammatizzare una storia durissima, ma senza nascondere la verità: la fibrosi cistica resta una malattia grave, che continua a segnare profondamente la vita di molti pazienti. La sua voce non chiede compassione: è un invito a parlare presto di diagnosi, di cure, di diritti.

    Giovanni, testimone LIFC e protagonista dell’impresa sportiva CrossAlps, ha raccontato la sua esperienza di diagnosi arrivata in età adulta, in una forma lieve di fibrosi cistica. Si definisce un “privilegiato” e proprio per questo sente il dovere di condividere la sua storia. Le sue parole hanno acceso una traccia concreta e gentile: la malattia non è uguale per tutti, ma per tutti resta la necessità di un’informazione corretta e accessibile.

    Tra i partecipanti molti non conoscevano la fibrosi cistica, segno che c’è ancora molto da fare fuori dagli ospedali, nel quotidiano delle scelte di coppia e di famiglia. Ed è proprio per questo che abbiamo voluto creare un clima accogliente: sedie vicine, voci che si ascoltano, un’atmosfera quasi familiare, come se ciascuno, per un attimo, si fosse scoperto parte della stessa comunità.

    Siamo tornati a casa con un’idea semplice e forte: l’informazione è cura. Non mette paura, illumina. Parlarne oggi significa proteggere domani.

    Grazie di cuore al Circolo President, ai relatori, alla nostra dottoressa Spaggiari, a Daniela e Giovanni, ai volontari e a chi ha scelto di esserci. Continueremo a farlo: con la stessa luce gentile di questa sera di fine estate.

  • Kaftrio: cosa ci dice una nuova ricerca francese

    Kaftrio: cosa ci dice una nuova ricerca francese


    Una recente ricerca condotta in Francia su oltre 1.200 persone con fibrosi cistica ha fornito dati importanti sull’efficacia di Kaftrio®, la terapia modulatrice che agisce sulla proteina CFTR.

    I risultati principali

    ✅ Tra chi presenta due varianti CFTR responsive, il 36% ha raggiunto valori normali al test del sudore, indicatore diretto della correzione della proteina difettosa.

    ✅ Tra chi ha una sola variante responsive, il valore scende al 15%.

    ➡️ Tuttavia, il miglioramento della funzione polmonare è risultato simile in entrambi i gruppi.

    Cosa significa

    I dati confermano che Kaftrio funziona anche con una sola variante responsive, ma la correzione della proteina è più completa quando entrambe le copie del gene CFTR rispondono al trattamento.

    Questo rafforza l’importanza di proseguire la ricerca verso nuove combinazioni di farmaci, terapie aggiuntive e diagnosi sempre più precoci, per garantire benefici più ampi a tutte le persone con fibrosi cistica.

    👉 Leggi di più qui.

  • La Commissione Europea approva l’estensione dell’etichetta per Kaftrio®

    La Commissione Europea approva l’estensione dell’etichetta per Kaftrio®

    Una notizia storica per la comunità della fibrosi cistica.

    Il 7 aprile, Vertex Pharmaceuticals ha annunciato che la Commissione Europea ha approvato l’estensione dell’etichetta per KAFTRIO®, in combinazione con Ivacaftor, per tutte le persone con fibrosi cistica di età pari o superiore a 2 anni che presentano almeno una mutazione non di classe I nel gene CFTR.

    La decisione segue il parere positivo del CHMP (Comitato per i Medicinali per Uso Umano) dello scorso 27 febbraio e l’autorizzazione formale da parte dell’EMA (Agenzia Europea per i Medicinali).

    Grazie a questa approvazione, circa 4.000 pazienti in tutta l’Unione Europea diventeranno per la prima volta idonei a ricevere Kaftrio®, una terapia modulatrice che ha già dimostrato benefici importanti nel migliorare la qualità di vita delle persone con fibrosi cistica.

    Ora si guarda con grande attenzione al prossimo passo: l’attuazione in Italia da parte dell’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco). La Lega Italiana Fibrosi Cistica (LIFC) continuerà a impegnarsi affinché anche il nostro Paese possa recepire al più presto questa importante estensione, garantendo l’accesso al farmaco a tutti i pazienti che ne hanno diritto.

    Una svolta attesa da tempo, che rappresenta una concreta speranza per i più piccoli e per tutte le famiglie coinvolte.

  • L’esperienza di una zia

    L’esperienza di una zia

    Sono Luisa, provo a raccontare cosa ha significato, e cosa significa oggi, essere la zia di Mattia. 20 anni fa quando Mattia è nato, non conoscevo e forse non avevo mai sentito parlare di Fibrosi Cistica. All’epoca io e mia sorella Loredana, eravamo giovani e con una vita pressoché normale, con tanti sogni e anche un po’ spensierate. Ricordo quel giorno, come fosse ieri, ricordo esattamente dove mi trovavo, quando al telefono, mia sorella mi disse che il test purtroppo, aveva confermato la diagnosi. Un dolore lancinante mi squarciò lo stomaco: ero paralizzata, non poteva essere vero, improvvisamente la vita ci aveva messo di fronte a una cosa più grande di noi che ci faceva tanta paura. Purtroppo le prime informazioni raccolte da internet e dai medici furono molto difficili da accettare e ci misero a dura prova.

    Ricordo il terrore, lo sconforto che avvolse tutta la famiglia, ma ricordo anche la gioia di stringere Mattia tra le braccia, osservare i suoi primi sorrisi, i suoi primi versetti, le sue prime scoperte. La sua energia, la sua dolcezza, la sua determinazione, davano a noi la forza per non mollare, lui era la nostra forza! Ricordo il primo prelievo a Parma, la sua maglietta gialla, il suo braccino immobilizzato, le sue urla e noi impotenti al suo fianco, ma subito dopo la sua voglia di giocare. Ricordo la fisioterapia insegnata in vari modi, le medicine sempre con noi ad ogni spostamento, ad ogni viaggio, gli aerosol e la tosse insistente che ci faceva alzare di notte a controllare il suo respiro.

    Ho avuto la fortuna di poter stare al suo fianco nei momenti belli e anche nei momenti in cui ha dovuto combattere le sue battaglie. Ci sono stati momenti molto difficili, in cui ci consolavamo a vicenda stretti in un abbraccio e avvolti da un fiume di lacrime, ma sempre pronti a sorridere davanti a lui. I suoi genitori, giovani e inesperti sono cresciuti con lui, con lui hanno imparato ad affrontare la vita con la Fibrosi cistica e da sempre gli hanno insegnato a non nascondersi, ad accettare le cure e ad affrontare le sfide di ogni giorno. Fin da subito loro si sono fidati delle persone che avevano accanto e forse anche questo ha un pochino alleggerito il peso da portare; non è scontato, credo sia stato un loro dono, che ha permesso a Mattia di “accettare” tutti noi al suo fianco.

    Negli anni abbiamo incontrato tante persone con cui abbiamo condiviso un pezzettino di vita, abbiamo potuto confrontarci, sostenerci e insieme abbiamo conosciuto la bellezza della condivisione, dell’informazione, della raccolta fondi e anche questo ci ha aiutato a trovare la forza per non nasconderci, per combattere perché la ricerca potesse andare avanti. Grazie alle nuove cure oggi Mattia sta bene. Ora che è grande lo guardo e continuo a chiedermi dove trova la sua serenità e mi chiedo anche come sarebbe stata la sua vita e la nostra, senza la Fibrosi Cistica. La malattia toglie tanto, ma può donare anche tanto: può rendere persone migliori.

    Mattia è una persona buona, altruista e solare, circondato da tante persone che gli vogliono davvero tanto bene, lui ci ha insegnato a non arrenderci, a non avere paura e ad avere speranza! Ringrazio Mattia per avermi permesso di stare sempre al suo fianco!

    Luisa, la zia di Mattia

  • Il racconto di una mamma

    Il racconto di una mamma

    di Laura, mamma di Asia

     

    Sono Laura, a 23 anni mi sono sposata incinta di 4 mesi. Lo volevamo: volevamo costruire la nostra famiglia. Nasce Elisa, una splendida bambina che ha dato tanto amore e vita. Poi, a giugno del 2007, arriva Asia. Tutti la aspettavamo, Elisa soprattutto. Essendo mamma per la seconda volta ho percepito subito che qualcosa era diverso. Era estate: il caldo, la stanchezza, forse i miei sentori da mamma: qualcosa non andava…

    Verso metà luglio arriva una telefonata dall’ospedale: “Dobbiamo ripetere lo screening di sua figlia, probabilmente non hanno raccolto a modo la provetta e preferiamo ripeterlo”.

    Andammo a ripetere il test in “tranquillità”. Dopo pochi giorni ci chiamarono di nuovo: “Lo screening ha dato esito positivo di un test, ma per sicurezza – perché ci sono test che poi risultano negativi – le chiederei di andare a Bologna a effettuare il test del sudore. Stia tranquilla: la maggior parte delle volte è sempre negativo.”

    Effettuiamo il test e attendiamo il risultato: POSITIVO. Controllo il foglio: ci sono numeri, percentuali ma nulla che mi faccia capire cosa significhi. Attendiamo il primario.

    Ci accoglie e con molta freddezza ci sbatte davanti la verità senza troppi giri di parole: “Vostra figlia è affetta dalla MUCOVISCIDOSI, una malattia polmonare conosciuta e curata in vari centri in Italia.”.

    Il nostro rientro a casa fu in silenzio: il papà guidava, io dietro guardavo nel vuoto. Eravamo nello stordimento più assoluto: il cellulare allora non era così immediato nella ricerca come ora e non sapevamo di cosa si trattasse.

    Arrivati la prima cosa che feci fu accendere il computer e cercare su google per cercare di capire meglio. Quando lessi “malattia degenerativa con tenore di vita di 40anni” cominciai a piangere cercando in Dio una risposta che rispondesse ai miei perché.

    Lo sconforto fu tale da non riuscire più ad agire poi in me rientrò la lucidità di esser la madre di due bambine: non mi potevo abbattere e dovevo ritrovare quel senso di protezione e forza di cui loro avevano bisogno.

    Da lì a poco andiamo a Cesena: ci accolgono con dolcezza, ci spiegano la situazione, ripetono gli esami e comincia il primo tour di medicine.

    Asia non cresceva tanto, capitava che mangiava ed evacuasse immediatamente, se mangiava tanto e non digeriva e rimetteva.

    “Creon” si chiamavano le prime capsule per aiutarla a integrare i pasti: una tortura, una bimba di pochi mesi che allatti, ma come fai? Prendi cucchiaino, metti un po’ del contenuto della capsula, metti un goccino d’acqua imboccala e attaccala alla tetta…

    E finalmente la vedi crescere, la vedi più tranquilla, meno piagnucolosa. Ma fosse tutto lì. In tutto ciò c’era l’altra nostra figlia he all’epoca aveva solo 4 anni. Le si spiegò il minimo che potesse capire, cercando di non lasciarla da parte.

    Ho passato i primi mesi a capire, leggere, fare ricerca e più mi accanivo, più non ci dormivo la notte, più piangevo. Pregavo Dio che se doveva portarmela via, che lo facesse subito, così avrei sofferto meno. Questo per i primi 6/7 mesi poi qualcosa cambiò: smisi di ricercare notizie ovunque per concentrarmi su Asia e conoscerla fino al minimo dettaglio.

    Da Cesena ci spostammo al centro di Parma: era più vicino. L’iter ricominciò: nuovi dottori, infermieri, esami, ricerche.

    Capisci che devi vivere a pieno ogni giorno e cercare sempre il lato positivo di tutto ciò che ti si presenta davanti e impari a guardare negli occhi tua figlia e sorridere anche se il tuo cuore sanguina.

    Passi giornate a chiederti perché sia capitato proprio a te.

    I primi 4 anni di Asia li ho passati a casa dal lavoro per crescerla nel migliore dei modi. Furono anni segnati da terapie, medicinali, fisioterapie, pensieri, paure e senso di colpa per averla messa la mondo così.

    Passano gli anni Asia cresce: affronta asilo, scuola, malanni in continuazione ma ormai sappiamo come attivarci: capiamo quando è il momento dell’antibiotico o quando possiamo farne a meno.

    Nell’aprile del 2019 arriva finalmente una nuova terapia ORKAMBI e finalmente si prospetta una vita nuova: con questa cura la malattia c’è ma è come che non ci fosse. A gennaio arriva un’altra nuova terapia: KAFTRIO e anche questa sembra darci una nuova vita. Sarà quella giusta? Chissà. Intanto noi continuiamo a vivere ogni giorno, come un giorno nuovo.

    P.S: Asia ha voluto leggere il mio racconto, le ho anticipato che non avrei voluto che si sentisse in colpa … Lei ha annuito. Ha letto, mi ha guardato negli occhi, mi ha sorriso, ha cercato il mio abbraccio. Ci siamo abbracciate, strette forti, per qualche secondo interminabile.

     

     

  • La conquista di ogni singolo respiro

    La conquista di ogni singolo respiro

    di Antonella Bodini

    Sono nata una domenica mattina nell’estate del 1979. Ho la fibrosi cistica e questa è la mia storia.

    La fibrosi cistica è la malattia genetica rara più diffusa e all’epoca non si sapeva molto a riguardo. I miei genitori, però, la conoscevano bene perché la prima figlia, mia sorella Alessandra, è morta tre giorni dopo la nascita a causa delle complicanze di questa malattia.

    Il test del sudore, l’esame che viene fatto per stabilire la patologia, sentenzia fibrosi cistica e il centro di cura di Parma, dove tutt’ora sono seguita, mi prende in carico. Da allora convivo, più o meno pacificamente, con questa malattia. Una malattia complessa che richiede tanto impegno nella cura, che spesso detta i ritmi della tua vita e talvolta prende il sopravvento. Antibiotici, aerosol, fisioterapia respiratoria, impegno e costanza le priorità, anche se devo dire che i primi anni non sono stati così faticosi. Il primo ricovero a 13 anni: sapevo mi sarebbero aspettati quindici giorni di ospedale con cicli di tre endovene al giorno per cominciare a sfiammare i polmoni, l’organo solitamente più compromesso. Gli anni della adolescenza, tra alti e bassi emotivi, il percorso scolastico, il liceo e laurea. La famiglia, il fidanzato, che poi diventerà mio marito, gli amici, lo sport e lei sempre lì ad accompagnarmi con ricoveri, terapie, una farmacia ambulante ogniqualvolta mi spostavo e la casa trasformata in un ospedale da campo al bisogno. Ho rinunciato a qualche viaggio, ad alcune opportunità lavorative, a qualche festa perché non si poteva rischiare, ho studiato durante i ricoveri per non rimanere indietro. Montagne di appunti e compiti che mi aiutavano a riempire le giornate in ospedale, dove la solitudine la faceva da padrone, ma mi offriva l’opportunità di guardarmi dentro per essere grata alla vita. Nonostante tutto. Sì perché se mi guardo indietro non ho rimpianti e forse la prospettiva peggiore è sempre quella di chi guarda dall’esterno.

    Gli anni passano, la malattia prende sempre più spazio, le terapie richiedono più tempo, le pastiglie aumentano, i ricoveri sono più lunghi e più frequenti. Gli antibiotici per bocca fanno sempre meno effetto, comincio ad aver bisogno di ossigeno, l’aria spesso manca e i miei polmoni faticano. Non perdo il sorriso, tutto è ormai una routine alla quale sono perfettamente abituata.

    Tra il 2018 e l’inizio del 2019 quattro ricoveri, lunghi, pesanti, l’ultimo di sette settimane, il più duro. La mia capacità polmonare si abbassa, recuperare è difficile. Metterò una pezza anche stavolta mi dico. Le cose non vanno proprio così; mi imbatto nel più temibile nemico da battere che noi malati di fibrosi cistica possiamo incontrare e allora capisco che, nonostante il mio impegno e la mia forza, la malattia fa quello che vuole. Ti prende il respiro e ti butta a terra.

    Comincio ad avere paura, paura vera, di perdere tutto e di non farcela. Sono mesi difficili, fatico a tornare a quella leggerezza che mi ha sempre accompagnata. Poi mio marito, la mia famiglia così caparbia e tenace, gli amici, il tempo, i miei medici e i miracoli della scienza fanno il resto. Nel gennaio 2020 l’ultimo ricovero, si comincia a parlare di trapianto di polmoni. Vediamo come va e poi ci penseremo, mi dicono al centro. Nel maggio 2020, però, arriva dall’America Trikafta, prodigio della scienza e della ricerca e la giusta ricompensa alle preghiere di mia mamma. Va a correggere il difetto genetico di base alleviando di fatto i tanti sintomi che solo chi convive con questa malattia può conoscere. Torno a respirare senza bisogno di lunghi ricoveri, la tosse sparisce, si riducono le pastiglie, viene tolto parte dell’ossigeno, il test del sudore si negativizza e recupero energie.

    Lei è sempre lì, non è sparita del tutto. Forse non lo farà mai. Per ora tace, ma mi ricorda la fatica fatta per conquistare ogni singolo respiro. I giorni passati in casa, la sofferenza, ma anche le conquiste, l’affetto ricevuto e i sorrisi che, nonostante tutto, non sono mai mancati.

  • Con Kaftrio la svolta

    Con Kaftrio la svolta

    di Davide Bellei

    Mi chiamo Davide, sono nato il 4 marzo del ‘97 e vivo nella bassa modenese dove lavoro con mio padre e mio fratello come muratore nella ditta di famiglia. Sono però in procinto di cambiare lavoro per cercare di realizzare l’obbiettivo che mi posi non appena lasciai la scuola, ovvero quello acquisire le abilitazioni per diventare autista di autobus. Il lavoro attuale infatti, nonostante mi piaccia, non si concilia col mio stato di salute che negli anni mi ha causato non pochi problemi sia sul lavoro che nello sport.

    Gioco a pallamano da quando ero in seconda media e penso che sia stata la svolta più significativa nella mia vita: mi ha cambiato e formato molto. Quando ho iniziato infatti ero decisamente sovrappeso e negli anni sono riuscito ad ottenere un ottimo stato fisico. Purtroppo però nel 2017 ho dovuto smettere per problemi di salute.

    L’anno dopo, durante una vacanza a Palma di Mallorca, conobbi una ragazza di Piacenza di nome Martina che solo nel 2020 diventò la mia ragazza. La distanza tra di noi non è mai stato un problema, come la mia condizione, anche se prima di partire per Piacenza ho la mia bella lista di farmaci da portarmi dietro e spesso non è semplice ricordarmi tutto, ma per amore questo e altro no?

    Ma è stato solo a fine agosto 2022, dopo aver perso ben 8 on pochi mesi a causa del forte caldo, che con Kaftrio è arrivata la vera svolta: in un paio di giorni tutto ciò per cui avevo combattuto assiduamente per 25 anni è sparito, volatilizzato. Come se non ci fosse mai stato.

    Ho ricominciato a fare sport senza sentirmi soffocare e “morire” di tosse ogni volta che corro, riesco a stare coricato e abbracciato alla mia ragazza senza avere delle crisi di tosse, così come quando mi alzavo dal letto ogni mattina della mia vita, fino ad oggi.
    Spero che nel futuro di riuscire a realizzare tutti i miei obbiettivi, ma soprattutto di continuare ad avere questo ottimo stato di salute e di essere d’esempio per tutti coloro che, come me, hanno un’amica davvero speciale a cui badare.