Sono una mamma di tre figli: due figlie di 29 e 25 anni e il più piccolo, Matteo, che oggi ha 16 anni ed è affetto da fibrosi cistica.
Matteo è nato prematuro ed è stato subito ricoverato in terapia intensiva. Già da quei primi giorni la sua vita aveva cominciato a chiedere più attenzioni, più paura, più forza di quanta una madre pensi di dover trovare tutta insieme. Poi, circa un mese dopo la nascita, arrivò la chiamata del Meyer di Firenze. Dopo lo screening neonatale mi dissero che il test del sudore non lasciava dubbi. La diagnosi era fibrosi cistica.
Per me fu uno shock enorme. Ci sono notizie che ti entrano dentro come una frattura e ti cambiano per sempre il modo di guardare il mondo. Quella fu una di quelle. Poco dopo arrivò anche l’abbandono di mio marito e mi ritrovai ad affrontare tutto da sola. Non so ancora oggi dove abbia trovato la forza, ma in qualche modo ho imparato a cavarmela con tre figli, cercando ogni giorno di restare in piedi anche quando dentro mi sentivo crollare.
La vita con la fibrosi cistica è fatta di cure, pensieri, controlli, paure che si accumulano e ti abitano accanto. E poi, come se non bastasse, arrivano anche prove che non avevi immaginato. Un giorno comparve un mucocele all’occhio di Matteo. Dopo una risonanza cominciarono a parlare di una possibile massa tumorale. Furono giorni terribili, di quelli in cui il cuore vive sospeso. Arrivammo dal professor Castelnuovo, che lo inserì tra i casi più gravi, e dopo quindici giorni ci chiamarono per l’intervento.
Era quasi Natale. Ricordo ancora quel periodo come un tempo freddo, lungo, pieno di paura. I medici davano poche speranze. Eppure Matteo ce l’ha fatta. Anche quella volta ce l’ha fatta. E quando attraversi momenti così, impari che ci sono paure che non si dimenticano più, ma impari anche quanto può essere ostinata la vita.
Poi, un giorno, è arrivata una telefonata capace di cambiare ancora una volta il corso delle cose. Siamo stati contattati dall’AIFA: Matteo rientrava nei criteri per i modulatori. Da tre anni li assume e, per me, è come se fosse rinato una seconda volta. Non perché tutto sia diventato facile, ma perché ho visto aprirsi davanti a lui una possibilità nuova, concreta, che per tanto tempo avevamo solo sperato.
Scrivo queste parole con le lacrime agli occhi, perché certe ferite e certe rinascite non smettono mai davvero di commuoverti. Solo chi ci è passato può capire fino in fondo cosa significa vivere tutto questo. La paura, la fatica, la solitudine, ma anche quella gratitudine immensa che ti resta dentro quando vedi tuo figlio avere ancora futuro.
Lisa Longhi







































































































