Sono nato nel 1970, quando la fibrosi cistica si chiamava ancora mucoviscidosi ed era una malattia conosciuta da pochi. I primi anni sono stati duri, segnati da ricoveri, ospedali, paure e da tutto quello che, in quegli anni, significava vivere con una malattia di cui si sapeva ancora così poco. Poi, alla De Marchi di Milano, la mia vita è diventata non facile, ma più vivibile. E già questo, allora, voleva dire molto.
Lo sport è sempre stato una parte centrale della mia vita. Non mi sono mai sentito un malato che faceva sport, ma uno sportivo con dei problemi di salute. È una differenza sottile, ma per me fondamentale. Perché non era solo una questione fisica: era il modo in cui sceglievo di guardarmi e di stare al mondo.
Nel 2013 le cose sono peggiorate davvero. Quando mi hanno detto che serviva il trapianto, invece di crollare mi sono dato un obiettivo. Avevo bisogno di una direzione, di qualcosa a cui aggrapparmi, di una linea da seguire per non farmi travolgere dalla paura.
Nel 2014 sono arrivati i polmoni. C’era un rischio in più, ma quella era la mia possibilità. Ho pensato a Vasco Rossi: “Ci fosse anche solo una possibilità, giocatela”. E io me la sono giocata.
L’intervento è andato bene. E da lì ho ricominciato davvero. Non nel senso romantico che a volte si dà a queste parole, ma nel senso più concreto e profondo: ho ricominciato a vivere, a respirare, a rimettere insieme pezzi di me che sembravano perduti.
Tra le cose più grandi che il trapianto mi ha restituito c’è stato il basket. Anche questo non è stato solo sport. È stato appartenenza, energia, squadra, ritorno. Con i compagni di ANED Sport abbiamo costruito la nazionale italiana trapiantati di organi. Nel 2025, a Dresda, da allenatore, ho accompagnato i miei compagni fino alla medaglia d’oro. Un traguardo bellissimo, di quelli che forse da fuori sembrano semplicemente una vittoria sportiva, ma che per chi conosce il peso di certi percorsi valgono molto di più.
Poi, nell’estate del 2022, è arrivata una trombosi al fegato. E mi sono trovato di nuovo davanti a un altro trapianto. Ci ho pensato a lungo, perché quando sai già cosa significa attraversare certe soglie non fai finta di niente. Sai bene quanto costa, sai cosa ti aspetta, sai cosa rischi. Ma quando è arrivata la chiamata ero pronto. Nel 2023 è arrivato l’organo giusto per me e anche questa volta ce l’ho fatta.
Oggi non riesco più a fare sport come prima. Il pacchetto completo non era previsto. Ma anche questo, in fondo, fa parte della verità delle cose: la vita restituisce tanto, a volte tantissimo, ma non sempre nello stesso modo di prima. Eppure questi trapianti mi hanno rimesso al mondo. Mi hanno dato ancora tempo, ancora possibilità, ancora strada.
E tutto quello che è venuto dopo, e tutto quello che verrà, me lo vivo fino in fondo. Non come se mi fosse dovuto, ma come qualcosa che so riconoscere, abitare e onorare. Perché quando la vita ti rimette al mondo due volte, impari a non sprecarne nemmeno un pezzo.
Stefano

