Categoria: Storytelling – Vite vissute

Le storie raccontate in prima persona dei malati di fc. Storie di vita e di cuore, di speranza e di paure, di battaglie affrontate, sfide, terapie, ospedalizzazioni, famiglie e amici.

  • Fuori dal racconto

    Fuori dal racconto

    Sono nata nel maggio 1991 e, a 48 ore, sono stata operata per ileo da meconio: la fibrosi cistica è arrivata subito.

    A un anno e mezzo hanno trovato un neuroblastoma addominale che inglobava aorta e vena cava. Poi, negli anni, sono arrivati il diabete secondario, un tumore alla tiroide e, a 26 anni, un tumore al colon al quarto stadio.

    L’ultima chemio mi ha portata all’ossigeno 24 ore su 24. Mi sono ripresa, ma non del tutto.

    Ho due mutazioni molto rare: oggi non ho accesso ai modulatori, né a sperimentazioni adatte alla mia situazione, né al trapianto.

    Aspetto una cura per tutti mentre la malattia peggiora. E la paura più grande è essere dimenticati, perché siamo in pochi a non rispondere a Kaftrio.

    Eppure ho vissuto una vita piena. I miei genitori mi hanno cresciuta indipendente. Ho sciato, fatto teatro, CrossFit. Ho viaggiato da Genova a Capo Nord con la mia Mini Cooper, la tenda sul tetto, il PIC, gli antibiotici EV e la chemio.

    Continuo a raccontarmi perché non voglio che chi resta fuori dalle nuove cure resti anche fuori dal racconto.

    Lucia

  • “Speriamo che non mi venga nulla”

    “Speriamo che non mi venga nulla”

    Con la fibrosi cistica anche le cose belle possono restare in sospeso fino all’ultimo.

    Ho 31 anni e fino ai vent’anni la malattia era stata tutto sommato gestibile. Poi le cose hanno iniziato a peggiorare. Kaftrio mi ha aiutata molto, ma solo per due anni. Dopo è arrivato il micobattere e da lì tutto è precipitato.

    Nel 2023 sono finita in terapia intensiva, con l’ECMO che respirava per me.

    Dopo tre mesi tra ospedale, riabilitazione e ossigeno, sono tornata a casa. Poi altri due anni di terapia e cinque antibiotici al giorno.

    Da allora ogni progetto comincia con un “speriamo che non mi venga nulla”. Un concerto, una vacanza, un impegno preso da tempo.

    Alla fibrosi cistica non importa quanto io tenga a esserci. Se il giorno prima non respiro o arriva la febbre, salta tutto. E più una data si avvicina, più cresce l’ansia. A volte persino le cose belle diventano un pensiero.

    Però quando riesco a esserci, so che quel momento non era scontato.

    E forse proprio per questo me lo prendo tutto.

    Vanessa

  • Una seconda possibilità

    Una seconda possibilità

    Quando me l’hanno detto, ho reagito con grande maturità: ho iniziato a saltare come una bambina davanti a un regalo enorme. Poi il farmaco è arrivato davvero e, all’improvviso, mi sono ritrovata con la compressa in mano e molte meno parole.

    Ho la fibrosi cistica e un trapianto di fegato alle spalle. Per questo i controlli saranno molto più ravvicinati: dovranno tenere d’occhio i valori del fegato e i farmaci antirigetto. Mi hanno avvertita che nella prima settimana potrei avere più tosse e nella seconda qualche reazione cutanea. Insomma, il mio corpo non ama le novità senza prima convocare una riunione.

    Eppure oggi sento che si apre uno spazio nuovo. Dopo il trapianto, quasi una seconda possibilità con il bonus.

    Non sogno imprese straordinarie. Il mio desiderio più grande è molto più semplice e, per me, gigantesco: scoprire che cosa si prova a stare un po’ meglio. Avere più energia. Sentire il corpo meno pesante. Conoscere un benessere che finora ho potuto soltanto immaginare.

    Oggi comincio da qui. Con curiosità, speranza e una quantità decisamente poco dignitosa di entusiasmo!!!

    Eleonora

  • Una nonna per la fibrosi cistica

    Una nonna per la fibrosi cistica

    Mi chiamo Matteo Sanna, vengo da Sassari e ho la fibrosi cistica.

    Da quando sono piccolo c’è sempre stata una persona accanto a me: mia nonna Elodia.

    I miei genitori lavoravano e quindi io stavo spesso con lei. Ma dire “stavo con lei” è poco. Mia nonna mi ha praticamente cresciuto insieme a loro. Mi veniva a prendere a scuola, se avevo l’influenza o la tosse mi portava a casa sua e mi preparava il latte col miele. Me lo ricordo ancora benissimo.

    E poi c’erano i ricoveri.

    Il centro per la fibrosi cistica era a Cagliari, a circa 250 chilometri da Sassari. Quando venivo ricoverato, lei veniva con me e restava lì anche una o due settimane, per tutto il tempo che serviva. Oggi ci penso e mi rendo conto ancora di più di cosa significasse. Non era una cosa da poco. Lei però c’era. Sempre.

    Per me è stata davvero una seconda madre.

    Mi viziava tantissimo, mi faceva regali, mi cucinava quello che mi piaceva. Una delle cose che non dimenticherò mai è “il cordiale”, come lo chiamava lei: il succo della carne fatto cuocere dentro un barattolo, messo in una pentola insieme alle verdure tagliate. Era uno dei miei piatti preferiti. Può sembrare una cosa piccola, ma quando penso a lei mi tornano in mente proprio queste cose. E il nostro rapporto non è cambiato neanche quando sono diventato grande.

    Negli ultimi anni delle superiori, tra il 2017 e il 2018, quando uscivo da scuola prendevo la metro, scendevo alla fermata sotto casa sua e andavo da lei a pranzo praticamente tutti i giorni. Mi faceva trovare gli spaghetti al sugo. Lei li chiamava “li maccarroni”. Il sugo, ovviamente, doveva essere il suo. Da quando non c’è più non l’ho più mangiato uguale. Forse perché non era solo il sugo.

    Mia nonna è venuta a mancare il 3 ottobre 2024.

    Da allora penso a lei continuamente. Ho la sua foto come blocco schermo del telefono e a volte mi sembra ancora di averla davanti. Mi tornano in mente le storie che mi raccontava di quando era giovane, le fotografie di mia madre da piccola che guardavamo insieme, lei che la teneva in braccio.

    Era una donna fortissima. Nella vita ha passato cose che avrebbero piegato tante persone: ha perso due mariti, ha perso un figlio. Eppure non ha mai smesso di dare amore alla sua famiglia.

    Io oggi mi porto dietro tantissimo di lei. Molte delle cose che ho imparato, il modo in cui cerco di stare al mondo, i valori che ho, vengono anche da mia nonna. Ho tatuato sulla pelle lei e mio nonno, ma la verità è che non avevo bisogno di un tatuaggio per ricordarla. Lei è già dentro tutto quello che sono.

    Sono stato con lei per 24 anni e ovviamente non posso ricordare ogni singolo momento. Ma certe cose restano.

    Il latte col miele.

    “Li maccarroni”.

    Il viaggio fino a Cagliari.

    Lei accanto a me nei ricoveri.

    Il pranzo dopo scuola.

    La sua voce.

    Mi manchi, nonna Elodia. Non sai cosa darei per poterti abbracciare ancora una volta e se oggi posso dire di essere un ragazzo con dei valori, una parte enorme del merito è tua.

    Matteo

  • Le scale di casa mia

    Le scale di casa mia

    Sono Giulio. La fibrosi cistica mi ha tolto molto, ma mi ha anche insegnato a guardare certe cose in modo diverso.

    A 18 anni ha iniziato davvero a fermarmi. Ricoveri sempre più frequenti, antibiotici in vena, settimane lontano dagli amici e dalla scuola. Saltai persino l’esame della patente perché ero in ospedale. Quando tornai a casa, avevo l’ossigeno per la notte.

    Poco dopo si cominciò a parlare di trapianto. All’epoca, per me, non significava soltanto stare meglio. Significava avere qualche anno in più di vita.

    Quando mi chiesero se volevo iniziare il percorso per entrare in lista, guardai i miei genitori e dissi: «Ditemi cosa devo fare». Mi risposero: «Sei abbastanza grande per decidere. Noi ti saremo accanto qualunque cosa sceglierai».

    Credo di aver preso davvero in mano la mia vita in quel momento: accettando di rischiare per poter vivere.

    L’attesa è durata sei anni. Nel 2015 è morta Simona, a cui ero molto legato e che aspettava anche lei un trapianto. Da lì il mio fisico ha iniziato a cedere e anche la testa ha mollato.

    Il 13 gennaio 2016 sono entrato in ospedale. Avevo capito che da quel ricovero sarei uscito in due modi: con il trapianto oppure, nella peggiore delle ipotesi, in orizzontale.

    La chiamata è arrivata la sera del 4 aprile. Risposi pensando fosse Francesco, il mio migliore amico, che mi chiamava ogni sera. Invece sentii: «Buonasera Giulio, ti chiamo da Padova. Ci sarebbe il polmone per te».

    Mia mamma era accanto al letto. Le bastò sentirmi dire «Buonasera dottoressa» per capire.

    Il 4 maggio ero a casa sulle mie gambe. Salivo le scale senza fiatone: le scale di casa mia. Credo sia stata una delle conquiste più belle del mondo.

    Non dovevo più controllare se il cellulare prendeva, per paura che arrivasse la chiamata e io non riuscissi a rispondere. Non dovevo pensare alla bombola dell’ossigeno. E non mi sentivo più in difetto quando tossivo, con la gente che ti guarda come fossi un appestato.

    Poi ho cominciato a fare cose che per anni erano state soltanto desideri.

    Nel 2021, due mesi prima di sposare Elisa, ho percorso con lei circa 150 chilometri del Cammino di Santiago. Venti, venticinque chilometri al giorno. Ho fatto fatica, certo, ma non per il fiato: a fermarmi è stato un ginocchio.

    Quando sono arrivato davanti alla cattedrale ho pianto. Dopo anni passati a rinunciare, essere arrivato fin lì con le mie gambe aveva un significato che andava molto oltre quei 150 chilometri.

    Elisa l’avevo conosciuta durante un viaggio a Berlino. Pochi mesi dopo Santiago ci siamo sposati, con una festa enorme. Non poteva essere diversamente.

    Oggi prendo ancora circa 40 pastiglie al giorno e ho ancora dei limiti. Ma posso fare progetti e portarli a termine.

    Sono qui. Vivo. E amo la mia vita.

    Giulio

  • La vita che continuo a scegliere

    La vita che continuo a scegliere

    o non mi presento mai partendo dalla fibrosi cistica. Preferisco parlare di quello che mi appassiona. Sono uno di quelli che si entusiasmano facilmente per le cose nuove e finiscono puntualmente per trasformarle in hobby che, spesso, non possono permettersi. Ho sempre cercato di vivere così: con curiosità e con la voglia di fare.

    Per molto tempo, però, non ho capito davvero fino in fondo cosa significasse convivere con la fibrosi cistica. Credo di averlo capito quando ho perso la mia prima amica. Non sono mai stato uno scriteriato, ma, come tutti, ho cercato di vivere la mia vita al meglio. Vedere come la malattia se l’era portata via mi ha fatto capire quanto poco possa bastare perché ciò che consideriamo normale scompaia da un giorno all’altro.

    Forse anche per questo ho sempre cercato di parlare apertamente della malattia, soprattutto con le persone a cui voglio bene. Ho avuto la fortuna di avere accanto amici che conosco da una vita e che non mi hanno mai fatto sentire “quello con la fibrosi cistica”: con loro sono sempre stato semplicemente “io”. 

    Con gli sconosciuti è diverso, e certe facce quando parcheggio nei posti riservati alle persone con disabilità le vedo ancora oggi. Ma, in mezzo a tutto questo, la fibrosi cistica mi ha fatto vivere anche qualcosa di bello: durante un ricovero ho conosciuto la mia prima ragazza. Lei era una specializzanda ed è stato tutto tremendamente imbranato e imbarazzante.

    Poi, però, è arrivato il dolore più grande. Il mio migliore amico lo avevo conosciuto da bambino, durante un ricovero in pediatria, ed eravamo cresciuti insieme. Lui era stato molto più sfortunato di me. Avevo 31 anni quando se n’è andato e da quel momento è iniziato un periodo in cui, ogni volta che provavo a rialzarmi, succedeva qualcosa che mi rimetteva a terra. Ho perso tante, troppe persone e, quando pensavo di aver già affrontato abbastanza, durante un’ecografia è comparsa anche una massa sospetta.

    Tra esami, visite e paure ho capito ancora una volta quanto tutto possa cambiare in un attimo, ma anche una cosa che forse avevo sempre saputo: la fibrosi cistica mi ha portato via persone che amavo, mi ha costretto a tante rinunce e mi ha messo davanti a paure che non avrei mai scelto di affrontare, ma non è mai riuscita a portarmi via la voglia di vivere.

    Ed è questo che continuo a scegliere, ogni giorno.

    Daniele

  • Il Policlinico come seconda casa

    Il Policlinico come seconda casa

    Sono Anna e convivo con la fibrosi cistica da quando avevo appena otto mesi.

    Per tutta la vita il Policlinico di Napoli è stato la mia seconda casa. Poi, a 33 anni, è arrivato l’ossigeno: prima solo durante gli sforzi, poi ogni giorno.

    Nell’agosto del 2023 ero ricoverata da quasi un mese quando i medici mi dissero che non c’era più tempo da perdere. Dovevo partire subito per Siena.

    Ricordo ancora una frase del chirurgo, poco prima dell’intervento:

    «Tu da qui te ne vai con i polmoni nuovi.»

    Mi sono aggrappata a quelle parole.

    Il primo intervento, però, non ebbe luogo. Dopo aver analizzato i polmoni con un macchinario, il medico stabilì che non erano idonei. Sono stata quindi collegata all’ECMO, mentre si aspettava una nuova donazione.

    Una settimana dopo è arrivata la mia seconda possibilità. Sono stata operata. Poi una complicanza alla gamba, tre settimane di coma e un lungo percorso per imparare di nuovo a vivere.

    Sei mesi a Siena, altre settimane di riabilitazione e, passo dopo passo, il mio corpo ha ricominciato a rispondere. Oggi, a quasi tre anni da quel giorno, continuo i controlli tra Siena e Napoli. Ma posso dire una cosa con il sorriso: sono rinata.

    Ogni respiro che faccio oggi è un dono. E se la mia storia può lasciare qualcosa a chi la leggerà, è questo: anche quando sembra che la speranza stia finendo, vale sempre la pena continuare a crederci.
    Anna Gallinaro

  • Il nostro X-Men

    Il nostro X-Men

    Sono Raffaella, la mamma di Rocco.

    Mio figlio ha appena compiuto 18 anni e a settembre inizierà il quinto anno del liceo artistico.

    È un ragazzo solare e brillante: ama la musica, fa sport, ha tanti amici e una fidanzata. Le sue giornate sono sempre piene e la fibrosi cistica non l’ha mai definito, perché ne ha sempre parlato con serenità, senza nasconderla.

    Dal 2021 assume Kaftrio e da poche settimane è passato ad Alyftrek. Per lui il modulatore ha rappresentato una seconda rinascita: la qualità della sua vita è migliorata tantissimo e noi saremo sempre profondamente grati alla ricerca. ❤️

    Il nostro percorso, però, non è stato semplice.

    Rocco è nato prematuro, a sette mesi e mezzo, con un parto d’urgenza. Subito dopo la nascita è stato operato per un ileo da meconio. Ricordo ancora le parole del chirurgo: disse che era stato fortunato a pesare già tre chili e mezzo, perché questo gli aveva dato più forza per affrontare l’intervento.

    Negli anni, per fortuna, non ha mai avuto ricoveri per riacutizzazioni polmonari. Nel 2019, però, abbiamo vissuto un altro grande spavento: è stato operato d’urgenza per alcune aderenze intestinali conseguenti al primo intervento.

    Oggi sta bene, continua i controlli con il gastroenterologo e guardiamo al futuro con fiducia.

    Quando arriva una diagnosi di fibrosi cistica non sai davvero cosa ti aspetta: all’inizio è un colpo durissimo, poi impari giorno dopo giorno che tuo figlio è molto più forte di quanto avresti mai immaginato.

    Io e il suo papà siamo immensamente orgogliosi di lui: è davvero un figlio speciale.

    A casa lo chiamiamo il nostro X-Men. Il nostro mutante.

  • La vita cambia strada

    La vita cambia strada

    Nina è nata il 4 giugno e nello stesso momento siamo nati anche noi: mamma e papà.
    Ci avevano detto che un figlio ti cambia completamente la vita. Spesso lo si dice come un avvertimento, pensando a tutto quello che non potrai più fare. Forse sarebbe più giusto dire che diventare genitori ti apre completamente alla vita: una vita nuova, senza istruzioni uguali per tutti.

    Quando Nina aveva poco meno di due mesi abbiamo scoperto che aveva la fibrosi cistica.
    È una malattia genetica recessiva: io e Dani siamo entrambi portatori sani e le abbiamo trasmesso qualcosa che non sapevamo nemmeno di avere e, devo dire la verità, è difficile accettare di aver consegnato a tua figlia una malattia senza averne colpa, senza averlo saputo e senza averlo potuto impedire.

    La fibrosi cistica colpisce soprattutto l’apparato respiratorio e quello digerente: può rendere più difficile respirare, espone a infezioni e ostacola l’assorbimento dei nutrienti necessari per crescere.

    Nina assume già gli enzimi pancreatici, che la aiutano a digerire. A partire dai due anni potrà avere accesso a un farmaco capace di agire sul difetto alla base della malattia. La ricerca scientifica non ha ancora trovato una cura definitiva, ma ha aperto possibilità che fino a pochi anni fa non esistevano.

    Con tutta la cautela che questa malattia impone, oggi Nina sta bene, cresce ed è felice.
    È vero: una malattia ti cambia davvero la vita. Cambia il significato dell’aria che respiri, dello stare bene, delle cose che prima consideravi scontate. Ti impone attenzione, terapie e limiti, condiziona i luoghi che puoi frequentare e persino le persone che puoi incontrare.

    Ma la vita non si ferma: cambia strada.
    E noi quella strada la stiamo costruendo giorno dopo giorno, con consapevolezza, impegno e fiducia. Perché Nina ha la fibrosi cistica, ma la sua vita è infinitamente più grande della sua malattia.

    Eva

  • “La vita è bella, mamma”

    “La vita è bella, mamma”

    Io e mio marito avevamo desiderato Andrea come si desidera una promessa: con paura, con speranza, con quell’incoscienza luminosa che accompagna l’attesa di un figlio.

    L’8 novembre 1986, alle dieci di sera, nacque il nostro bambino. Pesava tre chili ed era bellissimo. Per qualche ora il mondo sembrò semplice: noi tre, finalmente, dentro una felicità nuova. Poi arrivarono le prime raccomandazioni, le prime parole incerte dei medici, i primi segnali che qualcosa non andava. Tornammo a casa cercando di non dare troppo peso a quelle ombre. Ma le ombre, a volte, sanno già dove andare.

    Andrea piangeva, mangiava, non cresceva. I giorni cominciarono a riempirsi di visite, sospetti, aerosol, antibiotici, notti senza sonno. Io cercavo risposte e, come spesso accade alle madri, prima di trovarle fuori le cercai dentro di me. Pensai di essere io il problema, di non riuscire a nutrire mio figlio, di non essere abbastanza. Poi arrivò l’antivigilia di Natale e con lei una parola che da quel momento avrebbe abitato la nostra vita: fibrosi cistica.

    All’inizio ci sembrò quasi una salvezza. Finalmente sapevamo che cosa aveva Andrea. Finalmente pensavamo di poterlo curare. Non avevamo capito niente.

    Cominciarono i ricoveri, i reparti, i corridoi, le stanze d’ospedale che diventano casa senza chiedere permesso. Torino, poi la Clinica De Marchi, la professoressa Giunta, altri medici, altre spiegazioni. Ci dissero che Andrea era già in uno stadio avanzato della malattia. Ci dissero, con parole semplici e terribili, che bisognava rimboccarsi le maniche. E noi lo facemmo.

    Da quel momento la nostra vita cambiò forma. Non era più fatta di programmi, ma di tregue. Non di vacanze, ma di possibilità da afferrare prima che svanissero. Gli aerosol, le battiture, le flebo, la fisioterapia respiratoria entrarono nelle nostre giornate come gesti quotidiani. Imparammo parole che nessun bambino dovrebbe conoscere: saturazione, enzimi pancreatici, ossigenoterapia, antibiotici in vena, eparina. Andrea le imparò insieme a noi, senza ribellarsi a quella vita che per lui, semplicemente, era la vita.

    Io cercavo di rendergli normale l’impossibile. Cantavamo durante le terapie, perché se non puoi togliere il dolore almeno provi a non lasciargli tutto lo spazio. Cantavamo nelle stanze d’ospedale, nei corridoi, a casa, mentre la malattia scandiva le ore e noi provavamo a restare famiglia dentro un piccolo ospedale domestico.

    Ci furono crisi in cui i medici non davano speranze. Ci dissero di affidarci alla fede. Ma la fede, quando tuo figlio è pieno di tubicini e tu non hai più risposte, non è una cosa semplice. Ci sono state rabbia, domande, spiegazioni che non bastavano. Eppure Andrea tornava. Ogni volta sembrava impossibile, e ogni volta lui trovava un modo per restare.

    Cresceva così, tra un ricovero e una ripartenza, tra una paura e una vittoria. Sul suo corpo restavano i segni delle battaglie, ma nel suo sguardo no. Quello restava limpido. A volte, dopo settimane d’ospedale, tornando a casa ci divertivamo a guardare se nel paese fosse cambiato qualcosa: una stagione, un colore, un profumo. Poi bastava un colpo di tosse e il mondo si fermava di nuovo. Ci chiedevamo se fosse il caso di tornare indietro. Spesso non avevamo neppure il tempo di pensarci.

    A casa le flebo diventavano un altro capitolo. Passavamo ore a controllare che le gocce scendessero regolari, che il braccino non si arrossasse, che tutto procedesse bene. Per occupare il tempo facevamo puzzle enormi, da centinaia e poi migliaia di pezzi. Era un modo per non fissare solo la malattia. Un pezzo dopo l’altro, costruivamo immagini mentre cercavamo di tenere insieme anche noi.

    Andrea affrontava tutto con una solarità che ancora oggi non so spiegare. Era piccolo, ma sembrava avere dentro una misura più grande della paura. Anche quando arrivarono le notti difficili, le sue inquietudini, il bisogno di parlare, di capire, di essere accompagnato, lui conservò una dignità silenziosa. A dieci anni volle entrare da solo a parlare con un sacerdote. Io aspettai fuori, piena di ansia. Lui, invece, sembrava sapere qualcosa che io non riuscivo ancora a sostenere.

    La fibrosi cistica ci insegnò a non fare programmi. Un fine settimana, il mare, la montagna, Natale, Pasqua: tutto poteva essere rimandato da una febbre, da un ricovero, da una terapia. Così imparavamo a vivere il presente non come una frase bella, ma come una necessità. Quello che c’era, quando c’era, andava vissuto tutto.

    Per questo comprammo un camper. Non per fuggire dalla malattia, perché dalla malattia non si fuggiva mai davvero, ma per sentirci almeno per un po’ una famiglia come tante. In quei pochi metri quadrati ci furono flebo, fisioterapie, chilometri, risate, canzoni, strade, ritorni improvvisi verso l’ospedale. Quando Andrea aveva un po’ di tregua, partivamo. E in quella tregua vivevamo.

    La malattia non ci permise mai di abbassare la guardia. Ma Andrea non abbassò mai lo sguardo.

    “La vita è bella, mamma”, diceva.

    Era il suo motto. E non era una frase detta per consolare noi. Era il suo modo di stare al mondo. Dalla sua bocca uscivano parole buone, positive. La fibrosi cistica ha consumato il suo corpo, ma non è riuscita a piegare la sua mente, il suo cuore, la sua luce.

    Con Andrea non ha vinto.

    Sono passati venticinque anni, ma il ricordo del suo sorriso è ancora limpido in chi ha avuto la fortuna di conoscerlo.

    Dopo Andrea sono arrivati altri due figli. La vita è andata avanti, come sa fare la vita: non cancellando, ma aggiungendo. E ancora oggi, quando mi chiedono quanti figli ho, io rispondo senza esitazione: tre.

    Perché un figlio non smette di essere figlio quando non lo puoi più accompagnare per mano. Resta nel conto del cuore, nel posto che nessun tempo può svuotare.

    Lorena, mamma di Andrea