Un beep. Silenzio. Poi di nuovo quel suono tagliente.
Assordante, non credete? E pensare che a volte può durare per tutta la notte. Una ninna nanna macabra che può precedere l’ingresso in sala operatoria, la chiamata tanto attesa che annuncia la possibilità di ricevere finalmente i polmoni. Oppure, a volte, quell’ultimo beep freddo e assordante che parla al posto di un cuore troppo stanco per battere ancora al risveglio del giorno dopo.
L’attesa di un trapianto di polmoni racchiude una miriade di emozioni diverse. Ancora oggi mi stupisco di come il mio corpo sia riuscito a contenerle tutte. Certo, l’intervento è complesso dal punto di vista medico: servono preparazione fisica, valori accettabili, un equilibrio fragile perfino nel soffrire. Ma anche la testa deve fare la sua parte.
Parlo per me, con umiltà. E forse con un po’ di teatralità, perché certe cose si possono raccontare solo così, riga dopo riga, cercando di portare chi legge un po’ più vicino a quello che si prova davvero.
Sono convinta che la mia testa dura mi abbia aiutata tantissimo. La mia testardaggine, quella sì, mi ha spesso salvata. Se la mente è già proiettata verso un obiettivo, metà del lavoro è fatta. Io il trapianto lo volevo. Mi ero informata, avevo letto blog, studi, testimonianze. E no, per quanto possa sembrare assurdo, non ne ho mai avuto paura. Per me era come prendere la patente: dovevo farlo. Semplicemente.
Sono stata io, per prima, a chiedere al medico del mio centro di essere messa in lista. Sapevo di avere le ultime carte da giocare, gli ultimi respiri che i miei polmoni esili potevano concedermi. E no, non avevo grandi desideri per il dopo. Volevo solo arrivarci.
Ricordo ancora le parole dell’anestesista al momento delle firme: “Noi ti operiamo, ma fuori dalla sala operatoria dovrai fare tutto tu”. Ed è vero. È un lavoro a tempo pieno. Testa, polmoni e cuore devono collaborare. E quando dico cuore non parlo solo di quell’organo meraviglioso che pompa sangue in tutto il corpo. Parlo del cuore come dello strumento più potente che possiedo: quello che mi fa sentire ogni cosa con un’intensità doppia, che mi dà la forza di attraversare il dolore e la felicità, di riconoscere l’amore ricevuto e restituirlo.
La mente rende tutto reale. Il cuore fa toccare tutto in un modo difficile da spiegare. È come se, in certe situazioni, io non mi limitassi a esserci: ne venissi travolta.
Dal primo giorno ho sentito quei polmoni radicarsi dentro il mio torace. La mia mente li ha immaginati così: radici nuove, forti. Miei. Destinati a me. Li sentivo aprirsi e raccogliere aria come un fiore dopo una giornata di sole. Erano avidi di ossigeno, e io avida di amore. Lo sono ancora.
Ringrazio Stefania con tutta me stessa. Sì, Stefania è lei. E se vi state chiedendo come faccia a sapere il suo nome, la risposta è semplice: con la mia testa dura ho voluto scrivere ai suoi genitori per ringraziarli. E quando mi è stato chiesto se volevo conoscerli di persona, nel loro paese al Sud, ho risposto di sì.
L’ho fatto perché sentivo di doverlo fare. Non sto dicendo che sia la strada giusta per tutti, né che il mio modo sia migliore di altri. Mi sto solo raccontando.
Non è stato semplice sentirmi dire che io e Stefania abbiamo gli stessi occhi. Bello e poetico, sì. Ma anche terribile. Vi confesso che non sono riuscita ad abbracciare subito i suoi genitori. Ci sono riuscita solo al momento del saluto, prima di prendere il treno per tornare a casa. Nella mia testa pensavo che, abbracciandomi, potessero sentire quei polmoni scoppiarmi nel petto. Poi però ho capito che era proprio per questo che dovevo farlo. Dovevano sentire la loro bambina.
A lei devo tutto. Tutto ciò che sono ora. Questo piccolo disastro dagli occhi azzurri, che mentre scrive sente gli occhi riempirsi di lacrime per un grazie che vorrebbe urlare al mondo intero e che comunque non sarebbe mai abbastanza.
Perché dentro il mio cuore c’è ancora la vecchia me, ma resa migliore da quella fanciulla dai capelli scuri che mi ha insegnato un’altra forma di vita.
“Era testona come te, la mia bambina. Aveva il tuo stesso sguardo.”
Martina










